“Sfioreremo ma non sforeremo”: lo spread (ma non solo) misura il realismo economico del Governo

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Quello “sfioreremo ma non sforeremo” pronunciato a inizio settembre dal vicepremier Matteo Salvini è, fino a questo momento, la massima concessione al realismo dei conti. Se pronunciata con convinzione, e non per placare la crescita dello spread (che è rientrato parzialmente pur restando alto), fornisce la prima indicazione sulle scelte economico-finanziarie che il Governo si appresta a definire e a rendere pubbliche. Entro il 27 settembre dovrà essere presentata la nota di aggiornamento al Def (Documento di economia e finanza) che venne approvato da un Governo Gentiloni ormai in uscita. Non sforare il principale parametro europeo (e magari tenersene ben lontani) sarebbe un segnale importante. Il tetto del 3% impegna gli Stati dell’Eurozona a mantenere un deficit pubblico (la contabilità del singolo anno) entro quella soglia rispetto al Pil (Prodotto interno lordo), così come il debito pubblico (lo stock che si è formato negli anni) dovrebbe posizionarsi sotto il 60% dello stesso Pil o comunque mostrare un progressivo calo, testimonianza di buona volontà. In caso di sforamento del 3%, può scattare la procedura per deficit eccessivo, l’ultimatum ai governi per rientrare nelle soglie.
Entro ottobre il Governo presieduto da Giuseppe Conte dovrà mettere a punto una manovra che ancor più mostrerà le intenzioni dell’Esecutivo.
Ovvio che le carte sono ben coperte e i primi incontri fra i ministri sono utilizzati per avvicinare posizioni che appaiono, nelle dichiarazioni pubbliche, piuttosto lontane. Fra otto mesi si vota alle europee ed è inevitabile che i due gruppi alla guida del Paese guardino a quella scadenza.
In particolare la Lega, più strutturata a partito tradizionale, sente il vento in poppa e può contare su collegamenti con altre forze politiche di destra o a forte componente nazionalista.
Le dichiarazione di compatibilità europea sono dunque da verificare. Come fare? Un buon termometro per capire se il realismo ha guadagnato posizioni sarà l’atteggiamento del ministro dell’Economia, Giovanni Tria. Nominato per superare le perplessità nate dopo l’indicazione di Paolo Savona, ora agli Affari Europei e molto influente, Tria ha fatto argine in più occasioni sulle uscite pubbliche dei ministri più politici. Per qualche ora sono girate voci (smentite) le sue dimissioni perché contrario a qualche proposta tanto popolare quanto costosa. Vere o false che siano, le sue minacciate dimissioni sono state ritenute verosimili dagli investitori che vendendo titoli di Stato italiani hanno mostrato molto nervosismo. Lo stesso ministro dell’Economia ha ricordato che le principali proposte del Programma di governo andranno spalmate sull’intera legislatura.

Non si contano le sue dichiarazioni volte a smorzare le proposte onerose. Altro termometro della delicatezza delle scelte economiche dei prossimi giorni è l’inusuale uscita del presidente della Bce, Mario Draghi, che a suo modo ha fatto sentire il peso di un italiano che parla agli italiani. “Le parole nell’ultimo mese sono cambiate spesso, ora – ha detto rispondendo a una domanda nella conferenza stampa al termine del consiglio direttivo Bce – stiamo aspettando i fatti e i fatti si vedranno nella legge di Bilancio, dobbiamo vedere e poi risparmiatori e mercati daranno il loro giudizio”. Ma intanto “le parole hanno fatto alcuni danni, i tassi sono saliti per imprese e famiglie. Tutto questo però – ha aggiunto Draghi – non ha creato grande ripercussioni su altri Paesi dell’area euro: resta prevalentemente un episodio italiano”.

Non mancherà l’attenzione del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che con il supporto degli uffici tecnici potrà valutare a ottobre la copertura di alcune leggi. C’è poi un termometro che si muove in continuazione per molte ore al giorno ed è quello della compravendita dei titoli pubblici, è un segnalatore che va inquadrato per quello che è con le sue componenti emotive e speculative. Un peggioramento dello spread (la differenza di rendimento fra i titoli pubblici omogenei, nel caso specifico fra il Btp decennale e il Bund di pari durata) testimonierebbe sfiducia nella capacità italiana di migliorare i conti pubblici. Viceversa uno spread più contenuto, quindi una prevalenza di acquisti sui titoli pubblici italiani, esprimerebbe una fiducia sui conti in ordine. La delicata partita fra rispetto degli impegni presi con l’elettorato e quelli di non sforare con l’Europa sta iniziando. Il Governo non vede contraddizioni e cercherà di esaudire entrambi.
Ogni cittadino potrà seguire l’evoluzione dei principali capitoli: Flat Tax, reddito di cittadinanza, riforma Fornero. Le ipotesi sono tante e probabilmente le proposte definitive emergeranno a ridosso del 27 settembre. Con un occhio ai sondaggi e l’altro ai termometri istituzionali e di Borsa.

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