Annalena Tonelli: una vita “bella fino in fondo”

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Annalena Tonelli, in un ospedale africano

Un Sinodo dei giovani per parlare degli adulti, per immaginare un’idea di Chiesa più accogliente, trasparenza di un Vangelo che viene anzitutto trasmesso non dalla potenza delle pietre del Tempio né dalla forza delle istituzioni umane ma dalla consegna – di generazione in generazione, da persona a persona – di una testimonianza che renda la vita bella fino in fondo.

Pensavo questo nei giorni scorsi mentre ascoltavo le notizie (poche o nulle, per le verità, fuori dai canali informativi del recinto ecclesiale) relative al Sinodo dei giovani in corso in Vaticano. Che ha coinciso con i giorni della memoria del quindicesimo anniversario della morte di Annalena Tonelli, avvenuta il 5 ottobre del 2003, assassinata a Borama, nel Somaliland. Donna sconosciuta ai più eppure quando mi viene da pensare alla bellezza della vicenda cristiana il suo ricordo diviene potentissimo.

Predicare il Vangelo con la vita

Io sono nobody, nessuno. Nel senso che non appartengo a nessuna organizzazione religiosa… Sono una religiosa nella sostanza ma non ho mai appartenuto a nessuna congregazione… Ero bambina e volevo essere povera… Volevo essere solo per Dio… Volevo essere veramente nessuno, senza nessuno, senza nessuna potenza, senza nessuna protezione. Voglio continuare così, questo è il senso della mia vita”.

Così Annalena si è presentata in uno dei rarissimi interventi pubblici. Nata a Forlì nel 1943, dopo una giovinezza giocata, come molti della sua generazione, nell’impegno con i poveri e nell’attenzione a quello che allora si chiamava “Terzo mondo” (organizzerà il primo campo di Chiffoniers (cenciaioli) al quale parteciperà lo stesso Abbé Pierre), Annalena fonda con alcuni amici il “Comitato per la lotta contro la fame nel mondo”, è volontaria nel carcere minorile della città e, su insistenza dei genitori, nel 1968 si laurea a Ferrara in Giurisprudenza.

Ha già in mente la “missione”. Non sarà l’India desiderata ma l’Africa, il Kenya. Dopo alcuni mesi che passa a insegnare in una Scuola delle Missioni della Consolata di Torino chiede di essere assegnata a Wajir, un villaggio nel deserto del nord-est del Kenya che aveva precedentemente visitato e scelto perché rispondeva alla sua esigenza di “predicare il vangelo con la vita” nel mondo mussulmano secondo la spiritualità del tanto amato Charles de Foucauld.

Una scelta radicale

“Volevo seguire Gesù e scelsi di essere per i poveri. Da allora vivo al servizio dei poveri. Per Lui feci una scelta radicale. Anche se povera come un vero povero io non potrò mai esserlo. Vivo il mio servizio senza un nome, senza la sicurezza di un ordine, senza appartenere a nessuna organizzazione, senza uno stipendio, senza versamenti di contributi per quando sarò vecchia”.

In Kenya – dove riunisce altre sei donne con cui farà comunità – rimarrà fino al 1985 quando verrà espulsa dal Paese in quanto ritenuta “ospite non gradita”. Sono le ferme e circostanziate denunce contro l’eccidio che mirava allo sterminio della tribù dei Degodia che risulteranno decisive per la sua cacciata. Dopo un anno trascorso in eremi e monasteri italiani riparte per l’Africa. Destinazione, stavolta, la tormentata Somalia. Più volte aggredita e minacciata di morte, nel 1996 decide di stabilirsi a Borama, nel Somaliland, uno Stato dell’Africa orientale non riconosciuto dalla comunità internazionale, composto dalle province settentrionali della Somalia.

“Non parlate di me”

Avvia il programma di cura della Tbc, accoglie, nell’ostilità e nella diffidenza generale, i malati di AIDS, coscientizza le donne perché non si pieghino alla pratica dell’infibulazione, avvia scuole di alfabetizzazione e di Corano  (“loro, mussulmani, mi hanno insegnato la fede, l’abbandono incondizionato a Dio. Mi hanno insegnato a fare tutto, incominciare tutto, operare tutto nel nome di Dio!”)  per coloro che stanno lunghi periodi in ospedale. Una vita di grandissimi sacrifici eppure, come amava ripetere spesso, “la migliore delle vite possibili. Nella mia vita non c’è rinuncia, non c’è sacrificio. Rido di chi la pensa così. La mia è pura felicità. Chi altro al mondo ha una vita così bella?”.  Una vita da non sposata, scelta incomprensibile per un mondo nel quale il celibato non esiste e non è un valore per nessuno, anzi è un non valore.

Il 5 ottobre del 2003, al rientro dopo la visita serale agli ammalati, viene uccisa da due sicari con un colpo alla nuca. Muore dopo circa mezz’ora e l’inutile dono del loro sangue da parte di alcuni malati. Le sue ceneri sono state sparse, come aveva espressamente chiesto, nell’eremo di Wajir “sulla sabbia del deserto più amato del mondo”. Poche lapidarie parole su un foglietto scritto a mano:

Non parlate di me che non avrebbe senso, ma date gloria al Signore per gli infiniti indicibilmente grandi doni di cui ha intessuto la mia vita. Ed ora tutti insieme incominciamo a servire il Signore, perché fino ad ora ben poco noi abbiamo fatto”.

Nella misericordia il cielo incontra la terra

Un anno e mezzo prima del suo assassinio, nel novembre del 2001, era stata invitata a Roma dal Pontificio Consiglio per la pastorale della Salute. Aveva accettato per l’insistenza dei tantissimi amici italiani. Il testo, unica testimonianza della sua vita, è di una straordinaria bellezza ed è considerato il suo testamento spirituale.

…La vita mi ha insegnato che la mia fede senza l’Amore è inutile, che la mia religione cristiana non ha tanti e poi tanti comandamenti, ma ne ha uno solo, che non serve costruire cattedrali o moschee, né cerimonie né pellegrinaggi, che quell’Eucaristia che scandalizza gli atei e le altre fedi racchiude un messaggio rivoluzionario: «Questo è il mio corpo, fatto pane perché anche tu ti faccia pane sulla mensa degli uomini, perché, se tu non ti fai pane, non mangi un pane che ti salva, ma mangi la tua condanna».  L’Eucaristia ci dice che la nostra religione è inutile senza il sacramento della misericordia, che è nella misericordia che il cielo incontra la terra. Se non amo, Dio muore sulla terra. Che Dio sia Dio io ne sono causa, dice Silesio; se non amo, Dio rimane senza epifania, perché siamo noi il segno visibile della Sua presenza e lo rendiamo vivo in questo inferno di mondo dove pare che Lui non ci sia, e lo rendiamo vivo ogni volta che ci fermiamo presso un uomo ferito. Alla fine, io sono veramente capace solo di lavare i piedi in tutti i sensi ai derelitti, a quelli che nessuno ama, a quelli che misteriosamente non hanno nulla di attraente in nessun senso agli occhi di nessuno. Luigi Pintor, un cosiddetto ateo, scrisse un giorno: «Non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi». Così è per me. È nell’inginocchiarmi perché, stringendomi il collo, loro possano rialzarsi e riprendere il cammino, o addirittura camminare dove mai avevano camminato, che io trovo pace, carica fortissima, certezza che «Tutto è Grazia».  Vorrei aggiungere che i piccoli, i senza voce, quelli che non contano nulla agli occhi del mondo, ma tanto agli occhi di Dio, i suoi prediletti, hanno bisogno di noi, e noi dobbiamo essere con loro e per loro, e non importa nulla se la nostra azione è come una goccia d’acqua nell’oceano. Gesù Cristo non ha mai parlato di risultati. Lui ha detto solo di amarci, di lavarci i piedi gli uni gli altri, di perdonare sempre. I poveri ci attendono. I modi del servizio sono infiniti e lasciati all’immaginazione di ciascuno di noi. Non aspettiamo di essere istruiti nel campo del servizio. Inventiamo… e vivremo nuovi cieli e nuova terra ogni giorno della nostra vita.”

Quella di Annalena è stata una vita piena, una vita bella, una vita di Vangelo.
Quanto ne abbiamo bisogno per essere credibili.

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