Brexit, accordo lontano con Londra. Il Consiglio europeo si annuncia in salita

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Ormai è diventato un refrain: “lavoriamo per un buon accordo con il Regno Unito, però ci prepariamo anche a un mancato accordo”. Donald Tusk lo ripete da tempo, ma alla vigilia del Consiglio europeo, che egli stesso presiederà il 17 e 18 ottobre, il ritornello accompagna la sua giornata, i suoi colloqui, le lettere ufficiali di convocazione al summit, il vertice tripartito con le parti sociali, le telefonate con i premier che domani e dopo saranno a Bruxelles per parlare di Brexit. Gli altri temi in calendario – dalla sicurezza alle migrazioni – passano in secondo piano. Anche perché su quei versanti non si attendono prese di posizione risolutive, nonostante le aspettative di qualche leader…

Gli scenari possibili. La volontà di portare avanti i negoziati per un Brexit concordato c’è, ha scritto Tusk nella lettera di invito spedita ai 28 leader dei Paesi membri per illustrare l’ordine del giorno del Consiglio europeo. Eppure “allo stesso tempo, responsabili come siamo, dobbiamo preparare l’Ue a uno scenario senza accordi, che è più probabile che mai”. Il politico polacco non nasconde le difficoltà che persistono sugli accordi con Londra per il “divorzio” dall’Unione, fissato al 29 marzo 2019.

Al momento non si profila un accordo globale ed esaustivo e resta aperto il nodo del confine e dei futuri rapporti tra le due Irlanda. Per cui, nella lettera di invito ai capi di Stato e di governo, Tusk mette in guardia rispetto a ogni possibile scenario. Il summit si svolgerà da domani sera (cena alla presenza della premier Theresa May, che illustrerà esigenze e proposte per parte britannica; quindi discussione a 27 per individuare una risposta comune) a giovedì, quindi a seguire un vertice dell’Eurozona e un summit fra Europa e Asia, fino a venerdì. “Il fatto che ci stiamo preparando per uno scenario senza accordi non deve, in nessun modo, sottrarci a compiere ogni sforzo per raggiungere il miglior accordo possibile, per tutte le parti in causa”. Così già si parla di un vertice straordinario a novembre, per lasciare il tempo alla May di tornare in patria e stendere – con l’appoggio del governo e di Westminster – un’ulteriore strategia per un Brexit che rispetti la volontà dei sudditi di Elisabetta senza per questo pretendere di essere trattati da cittadini dell’Unione europea.

L’ordine del giorno. Tusk ricorda gli altri temi in agenda: “Avremo quindi un dibattito e adotteremo conclusioni su migrazione, sicurezza interna e relazioni esterne. Il nostro obiettivo è inviare un messaggio forte sulla lotta alle reti di contrabbando, sulla protezione delle nostre frontiere esterne e sulla costruzione della nostra cooperazione con i Paesi di origine e di transito”. Si discuterà inoltre della “nostra nuova partnership con l’Africa” e del prossimo vertice con la Lega dei Stati arabi, “nonché altre questioni globali, in particolare la lotta contro il cambiamento climatico prima della Cop 24 a Katowice”. Dunque a proposito di migrazioni non si intravvedono cenni alla “redistribuzione” dei rifugiati tra i Paesi Ue, nessuna insistenza sulla necessità di riformare l’accordo di Dublino, e neppure si chiamano in causa temi – cari soprattutto all’Italia – come i “movimenti primari e secondari”. Fra i corridoi dei palazzi brussellesi circolano insistenti voci già sentite: la manovra finanziaria italiana non va bene (come ha ribadito il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker) e non rispetta le regole europee. Difficile, in questo contesto, il compito che attende il premier Giuseppe Conte, per richiamare l’attenzione dell’Ue sui flussi migratori e su una possibile – e finalmente reale – risposta di livello Ue. Anche perché i possibili “alleati” politici di Roma su questo tema si sfilano a uno a uno. E resta aperta la contesa con la Francia sul caso-Clavière, comprese le scuse francesi non accettate dal vicepremier Matteo Salvini.

Le richieste di Roma. Intervenendo in Parlamento proprio alla vigilia del Consiglio europeo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha affermato: “La prima sfida è quelle di lavorare per una gestione condivisa multilivello dei flussi migratori, che consenta di affrontare un problema ormai di carattere globale con un cambio di paradigma, privilegiando un approccio strutturale a un approccio emergenziale, partendo dai movimenti primari per arrivare a quelli secondari”. Chiara, e condivisibile, la linea del governo italiano. Ma per farla diventare realtà occorre trovare “sponde” politiche all’interno del Consiglio europeo; le quali, in genere, richiedono precise e sofisticate manovre diplomatiche, da tessere nel tempo, con savoir-faire e infinita pazienza. Per il premier italiano al fenomeno migratorio “occorre dare una risposta comune, con un meccanismo stabile e sostenibile già nelle fasi di sbarco, ridistribuzione e rimpatrio, senza oneri aggiuntivi per i Paesi, come l’Italia, di primo arrivo”. A Giuseppe Conte il compito di richiamare i partner su questa strada.

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