Giulia Gabrieli, testimonianza di santità giovane. «I santi traducono la Parola con la vita»

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Il vescovo di Bergamo Francesco Beschi ieri durante la trasmissione «Bel tempo si spera» di Tv 2000 ha manifestato la volontà di incominciare l’iter di beatificazione per Giulia Gabrieli: «Noi pensiamo – ha detto – di avviare il percorso di riconoscimento di questa testimonianza di santità giovane». E ha auspicato che l’avvio possa essere dato proprio in questi giorni, in concomitanza con il Sinodo dei Giovani. Quello di Giulia, “partita per il cielo” a 14 anni per un sarcoma, potrebbe essere un modello importante di santità vissuta nella vita quotidiana, nell’esperienza dura della malattia, affrontata fino alla fine con un sorriso contagioso e con una fede incrollabile: così forte che ancora oggi è capace di toccare il cuore di altre persone e perfino di convertirle, come ha detto ieri monsignor Beschi (vedi anche gli approfondimenti di oggi, 25 ottobre, su L’Eco di Bergamo, e il nostro articolo che racconta la sua storia cliccando qui). Ed è questo, in effetti, che ci aspettiamo dai modelli di santità di ogni tempo, di ieri e di oggi. Una riflessione particolarmente attuale a pochi giorni dalla festa di tutti i santi del primo novembre, che rileggiamo anche alla luce della proclamazione dei sette nuovi santi del 14 ottobre scorso, tra i quali Paolo VI e don Francesco Spinelli.

Come dice Papa Francesco: i sette nuovi Santi, “in diversi contesti, hanno tradotto con la vita la Parola di oggi, senza tiepidezza, senza calcoli, con l’ardore di rischiare e di lasciare”.

“Vendi quello che hai e dallo ai poveri”. La radicalità della sequela: i beni terreni possono assicurare la vita? Dove sta la vera vita? Sono gli interrogativi sottesi a quell’invito che il Signore fa al giovane ricco che gli si avvicina: vendi tutto; lasciare tutto ciò che ostacola la sequela. L’immagine del cammello e della cruna dell’ago. “Il Signore non fa teorie su povertà e ricchezza, ma va diretto alla vita. Ti chiede – dice Papa Francesco nell’omelia in piazza San Pietro per la canonizzazione di sette beati – di lasciare quello che appesantisce il cuore”, perché “se il cuore è affollato di beni, non ci sarà spazio per il Signore, che diventerà una cosa tra le altre”. La scelta che Gesù chiede al giovane, di cui non è noto il nome, come dire che è un messaggio per ogni uomo, è di passare dall’osservanza della legge, alla fede, cioè mettere in pratica la parola professata.
È quanto hanno fatto i nuovi santi, a partire dal vescovo di San Salvador, monsignor Oscar Arnulfo Romero, “che ha lasciato le sicurezze del mondo, persino la propria incolumità, per dare la vita secondo il Vangelo, vicino ai poveri e alla sua gente, col cuore calamitato da Gesù e dai fratelli”, ricorda Francesco. Così gli altri santi, i sacerdoti Francesco Spinelli, e Vincenzo Romano, le religiose Maria Caterina Kasper, e Nazaria Ignazia di Santa Teresa di Gesù; così Nazario Sulpizio, “giovane coraggioso e umile che ha saputo incontrare Gesù nella sofferenza, nel silenzio e nell’offerta di sé stesso”, dice il vescovo di Roma. Così Papa Paolo VI, che ha saputo guidare la Chiesa negli anni difficili del Vaticano II e del dopo Concilio. Anni che hanno conosciuto la complessità delle appartenenze, con una Chiesa chiamata ad essere sempre più la voce dei poveri, degli emarginati. Gli anni della contestazione – “che non saremo noi a contestare”, diceva Paolo VI – di un “bisogno di rinnovamento che per tante ragioni e in certe forme è legittimo e doveroso”.
Un rinnovamento che Romero, nell’America Latina delle dittature militari, e Paolo VI, nella Chiesa uscita dal Concilio, hanno voluto e accompagnato. Non una coincidenza, allora, vederli santi nello stesso giorno. Ma un disegno più grande, che parla di attenzione all’uomo, di fedeltà al Vangelo, di impegno per la pace, di cammino accanto agli ultimi. Paolo VI è il Papa del dialogo con il mondo, con i non credenti; è il Papa dello sviluppo come nuovo nome della pace, perché, come scrive nella Populorum progressio, “i popoli della fame interpellano drammaticamente i popoli dell’opulenza”; e ancora “la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario”. Le strutture oppressive, “strutture di peccato”.
Parole che verranno lette, in America Latina, in mono non sempre coerente con il messaggio che Papa Montini voleva offrire al mondo. E in questo, ecco un’altra sintonia tra i due nuovi santi. Romero sa che la dittatura nel Salvador è contro i poveri, conosce la violenza e, dopo l’uccisione del gesuita Rutilio Grande, suo amico e collaboratore, decide che la Chiesa non può tacere; così si fa voce di chi non ha voce. E diventa martire, ucciso mentre celebra messa da un cecchino degli squadroni della morte.
Per Papa Francesco, anche Paolo VI è un martire, a causa delle resistenze e delle incomprensioni da lui affrontate, tanto che dice, parlando a un gruppo di sacerdoti bresciani: “Per proclamarlo beato dovrei indossare la veste rossa come il sangue perché il suo fu un vero e proprio martirio”. La contestazione, l’Humanae vitae non compresa, il referendum sul divorzio, tutte ferite per il Papa bresciano. Infine, a pochi mesi dalla sua morte, l’uccisione di Aldo Moro e quel grido in San Giovanni, quasi profeta dell’Antico Testamento: “Tu, o Dio, non hai ascoltato la supplica per l’incolumità di Aldo Moro, uomo buono, mite, saggio, innocente e amico”. Santi nello stesso giorno, Montini e Romero, profeti di una “Chiesa estroversa, che guarda ai lontani e si prende cura dei poveri”.

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