Le ricchezze, beni “penultimi” non possono diventare il senso ultimo della nostra felicità

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In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”» (vedi Vangelo di Marco 10, 17-30). 

Per leggere i testi liturgici di domenica 14 ottobre, ventottesima del Tempo Ordinario “B”, clicca qui.

Gesù è in viaggio verso la città santa, Gerusalemme, dove avrà luogo la sua morte, ormai imminente e inevitabile. Gli eventi offrono l’occasione di istruire i discepoli, di affinare la loro vicinanza a lui.

“Che cosa devo fare per avere la vita eterna?”

Uno di questi eventi riguarda  “un tale” (Matteo parla di un giovane, Luca di un “notabile”) che sembra aspettarlo. È un personaggio di una esuberanza giovanile, entusiasta.  Gli corre incontro, gli si getta in ginocchio davanti e gli fa una domanda molto impegnativa: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”.

Gesù sembra raffreddare all’inizio tutto quell’entusiasmo. Prima gli chiede perché lo chiama buono: Gesù sembra esortare il suo interlocutore a porsi anzitutto di fronte a Dio. Gesù anzi fa notare che, in qualche modo, Dio ha già risposto a quella domanda, ha già indicato alcuni cammini per arrivare a lui: sono i comandamenti. Gesù ne cita alcuni. Sono quelli che riguardano i rapporti con gli altri. Se si fa ciò che è più a portata di mano, amare gli altri, si ama Dio e quindi si conquista la vita eterna. L’interlocutore di Gesù che è, in tutta evidenza un buon credente ebraico, fa notare che ha già osservato tutti quei comandamenti, fin dalla sua giovinezza.

Di fronte a quell’uomo generoso Gesù si comporta in maniera sorprendente: lo guarda, gli vuole bene: gli dona il suo sguardo e il suo cuore e va oltre. Proprio perché così generoso, quell’uomo può osservare non solo gli antichi comandamenti, ma può accoglierne anche uno nuovo, impegnativo, straordinario: “Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dàllo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; e vieni. Seguimi”. Quell’uomo deve sentirsi libero per poter seguire Gesù senza impicci, senza legami che lo trascinano all’indietro.

Ma, a questa risposta, il comportamento di quell’uomo cambia totalmente. Prima era entusiasta, ora diventa triste. La risposta è come una calamità per lui. Marco annota mestamente il motivo: aveva molti beni.

“È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”

A questo punto, di fronte a quanto è avvenuto, Gesù cerca di offrire ai suoi amici un’istruzione sulle ricchezze. È una vigorosa messa in guardia. “Quanto è difficile, per coloro che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio”, dice. I discepoli sono sconcertati. Gesù non blandisce, al contrario: conferma una seconda volta: “Com’è difficile entrare nel regno di Dio!” Poi una terza volta, con un’immagine: “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Il cammello è l’animale più grosso della Palestina. La cruna dell’ago è l’apertura più piccola.

Ma allora è davvero impossibile che i ricchi si salvino?. La risposta di Gesù è rassicurante. Guarda negli occhi i discepoli, come prima aveva guardato il ricco e dice: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio”. Non sono dunque le opere degli uomini ma il dono di Dio accolto dagli uomini che salva. Questo vale anche per le ricchezze.

Gesù ha descritto quali sono le condizioni per salvarsi, per arrivare alla vita eterna. Adesso Pietro gli chiede che ne sarà di loro che hanno lasciato tutto. Gesù non ha dubbi: loro che hanno lasciato tutto per lui e per il vangelo, diventeranno ricchi, ricchissimi di tutto.

La salvezza viene “dall’alto”

Le istruzioni sulle ricchezze non fanno che ribadire una costante di tutto il Vangelo: non sono gli uomini, né le loro opere, né, tantomeno, le loro ricchezze che danno il significato ultimo alla vita umana. Il significato ultimo viene “dall’alto”.

Per un’illusione che tenterà “anche gli elet­ti”, noi ci lasciamo ingannare dall’immediato: le mode o gli esclusivismi nella vita di fede, gli slo­gan di successo o le ambizioni di vista corta nel­l’apostolato. Quando ci vien gridato: “È qui!”, o: “Eccolo là!” , noi ci crediamo e vi accorriamo, benché Gesù ci abbia “prevenuti” che egli non si identifica né con “questo” né con “quello” (cf. Mt 24,23-25). Tratti in inganno da certezze trop­po superficiali, pur se legittimamente desidero­si di avere con noi il Signore, rischiamo di schie­rarlo dalla parte delle nostre idee e dei nostri in­teressi: il ricco, di classificarlo con il proprio portafoglio; il rivoltoso, di arruolarlo nella sua manifestazione; il guerriero, di appuntarlo sulla sua bandiera …” (Michel de Certeau).

Gesù che è l’ultima ragione della nostra felicità viene talvolta trasformato in una ragione penultima. Il vangelo di oggi ci ammonisce: le ricchezze, beni “penultimi” non possono, non debbono diventare la ragione ultima della felicità umana.

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