Memoria delle vittime dell’immigrazione a Sotto il Monte: “Troppi morti, pensiamo a un’accoglienza sicura”

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“Ciascuno consideri il prossimo come un altro «se stesso», tenendo conto della sua esistenza e dei mezzi necessari per viverla degnamente […]. Soprattutto oggi urge l’obbligo che diventiamo prossimi di ogni uomo e rendiamo servizi con i fatti a colui che passa”. 

Anche se chiaramente attuale, ragione per cui si potrebbe pensare che si tratti di un messaggio di questi giorni, attraversati da controversie sulla liceità della solidarietà, questo messaggio è tratto dall’Enciclica “Gaudium et spes” promulgata da Papa Paolo VI nel lontano 1965. Sono state, queste, alcune delle parole recitate durante la commemorazione interreligiosa nel Giardino della Pace di Sotto Il Monte Giovanni XXI, a conclusione di una serata per fare memoria delle vittime dell’immigrazione, di cui ieri si è ricordato, appunto, il terzo anniversario. 

La serata, introdotta dalla sindachessa Maria Grazia Dadda, con l’augurio che Sotto Il Monte, paese della pace, possa essere punto d’inizio di una pace che si diffonda ampiamente attraverso il valore della solidarietà, è stata promossa dal Comune di Sotto Il Monte Giovanni XXIII, la Parrocchia di Sotto Il Monte Giovanni XXIII, la Provincia di Bergamo, Caritas Diocesana Bergamasca, Ufficio Pastorale Migranti, Associazione Toubkal, Associazione MYBG, Emergency, Comunità Sri Lankese Tamil e C.A.S. Pime/Cooperativa Ruah, ha visto come ospiti Elena Segrini, Elegibility Expert UNHCR, Francesco Bezzi, responsabile area migranti Caritas Diocesana, e volontari e operatori del C.A.S di Sotto Il Monte. 

In una giornata in memoria di quanti hanno perso la vita in mare mentre compivano un viaggio disperato con la speranza di raggiungere una vita migliore, Elena Segrini ha riportato in maniera precisa ed esaustiva i dati delle organizzazioni internazionali, lente necessaria, ma troppo spesso poco usata a favore delle notizie urlate dai media, per comprendere la realtà dei fatti. Nel 2018, nel mondo 68,5 milioni di persone sono costrette a lasciare il proprio Paese, ovvero più del totale della popolazione italiana, tra cui le nazionalità più numerose sono quella siriana, afghana, sudsudanese e i Rohingya. Di questi più di 40 milioni sono IDP, Internally Displaced People, sfollati interni, persone che fuggono dalla propria casa, ma che restano nel proprio Paese. Chi fugge dal proprio Paese tende a rimanere nei Paesi limitrofi, con la speranza che un giorno possa ritornare a casa. Per questo i Paesi al mondo con il maggior numero di rifugiati sono Pakistan, Turchia e Uganda. La situazione europea, invece, ha visto aumentare il numero di arrivi di persone attraverso la rotta del Mediterraneo Centrale in Spagna, mentre ha fatto registrare un calo di circa l’80% in Italia. Eppure, questo drastica diminuzione, oltre che per le politiche di contenimento della migrazioni, stipulate, già dal 2008, tra Unione Europea e Libia, il cui culmine è stato raggiunto dall’attuazione del Decreto Minniti-Orlando prima, poi dal veto alle navi di ONG di operare salvataggi in mare, oltre che piani del Ministero dell’Interno libico come quello della SARR, Search And Rescue Region, che prevede che le navi della guardia costiera libica riportino indietro quanti tentano la fuga, è dovuta alla crescita esponenziale delle morti in mare. Nel 2017 si stimava 1 persona morta ogni 42 persone che tentassero la traversata, ad inizio 2018 il rapporto era aumentato a 1 a 18, nell’ultimo mese si è arrivati a 1 a 10. 

Tutto questo succede perché non esistono canali sicuri di passaggio dalla Libia all’Europa, così come non è sicura la situazione interna libica. In Libia, la popolazione locale vive in stato di emergenza, senza accesso a servizi primari, e i migranti, ai quali non è consentito l’entrata illegale nel Paese o il transito secondo il General Directorate for Passport and Nationality già durante il governo di Gheddafi, colpevoli di questo reato, sono costretti a scontare una pena senza fine in centri di detenzione, in cui sono ripetutamente torturati, dai quali è possibile uscire tentando la fuga o pagando un riscatto. Tutto questo accade perché la Libia non è firmataria della Convenzione di Ginevra e, nonostante l’articolo 10 della Costituzione emanata nel 2011, riconosca il diritto alla protezione internazionale, non esiste alcuna legge applicativa a riguardo. 

Dunque, l’alternativa alla rotta del Mediterraneo centrale, sono le vie sicure del resettlement e dei corridoi umanitari, spiega Francesco Bezzi. I primi sono gestiti da IOM e UNHCR e prevedono il trasferimento in un Paese terzo delle persone che richiedono protezione internazionale, i secondi, invece, avviati de facto, ma non de iure, in Italia dalla Comunità di Sant’Egidio nel 2016, a cui, nel 2017 si sono aggiunte la Federazione delle Chiese Evangeliche e Metodiste e nel 2018 anche Caritas, prevedono l’individuazione delle persone richiedenti protezione internazionale nei campi profughi, l’avvio della procedura e l’arrivo in Italia con lo status già ottenuto. “A Bergamo, Caritas ha accolto 8 persone attraverso i corridoi umanitari, tra le quali anche due minori. Questo perché è possibile non rischiare la vita”. Perché questa modalità di accoglienza diventi un modello per l’Europa, però, è necessario che la società tutta comprenda il significato di un’accoglienza pensata e preparata, sicura e strutturata e per questo è stata lanciata la raccolta firme “Welcoming Europe, per un’Europa che accoglie” che dovrà raggiungere complessivamente 1 milione di firme entro un anno da 7 Paesi europei, perché il Parlamento Europeo ascolti la voce indignata di persone comuni, come Angela, che ha scelto di aiutare i ragazzi del C.A.S PIME prima con la scuola d’italiano, poi con la ricerca del lavoro, poi aprendo loro la sua casa, di persone che si sentano una grande famiglia di un casa che è il mondo e per le quali “nulla di quello che accade all’uomo deve risultarci estraneo”. 

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