Memoria e devozione per i defunti: le antiche tradizioni e la «familiarità» della morte

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Nelle parrocchie, nella vita dei cristiani e nella stessa società, il ricordo e la devozione legati ai defunti sono sempre stati fondamentali e sentiti. Le tradizioni legate alla pastorale della morte in molti tratti sono giunte anche ai giorni nostri, nonostante l’imperante paura della fine che caratterizza la cultura contemporanea e anche l’irruzione debordante di Halloween, che nulla ha di cristiano. Queste tradizioni hanno visto e vedono preghiere, suffragi, visita del cimitero.

L’iniziativa che un tempo calamitava i fedeli era il Triduo dei defunti o l’Ottavario dei morti. Per favorire la partecipazione, si tenevano nella stagione invernale, quando la gente era libera dal lavoro dei campi, e in date non coincidenti con le parrocchie vicine. Malgrado la povertà, per dotarsi di sontuosi apparati la popolazione contribuiva economicamente con offerte in denaro o in natura. La predicazione aveva come tema i Novissimi (morte, giudizio, Inferno, Paradiso), sviluppato con toni spesso lugubri e con un denominatore comune: la vita intera doveva essere una preparazione alla buona morte in attesa del terribile giudizio di Dio, visto più come giudice inflessibile che come Padre misericordioso. La tradizionale processione al cimitero voleva suffragare i defunti e ravvivare nei vivi la fede nella risurrezione. I vivi suffragavano i defunti. A loro volta, dall’aldilà, i defunti intercedevano per i bisogni spirituali e materiali dei vivi e con forza maggiore se in vita erano stati uomini timorati di Dio o santi sacerdoti. Al riguardo, anche se non diffusissima in Bergamasca, era consuetudine di collocare in chiesa su una sedia il corpo del parroco defunto, per esprimergli riconoscenza e chiedergli di continuare a vegliare sulla comunità. Nel 1903, nella chiesa parrocchiale di San Martino oltre la Goggia, per alcuni giorni venne esposto il corpo dell’arciprete don Angelo Tondini, stimatissimo dalla popolazione per la vicinanza ai poveri e per aver concluso la non facile opera della costruzione dell’imponente parrocchiale. Con una scelta oggi improponibile, nel dicembre 1922, nella parrocchia cittadina di Redona, prima di essere sepolte nel nuovo cimitero, furono ricomposte le salme di cinque sacerdoti ed esposte in chiesa in bare aperte. La gente riempì la chiesa. «Furono venerati e riveriti da quanti videro le loro ossa spolpate — scrisse l’allora parroco —. Anche dall’eternità predicavano con frutto di profonda meditazione con i loro corpi disfatti».

Il suffragio si esprimeva anche quotidianamente con preghiere, giaculatorie, Rosario, pensando anche ai defunti dimenticati. In occasione del Triduo, in alcune parrocchie si teneva la questua in natura o in denaro, poi devoluti alle famiglie povere. Il tema della morte veniva ripreso anche nell’iconografia cimiteriale laica. Sopra l’ingresso dei cimiteri si innalzava la statua dell’angelo che reggeva in una mano la bilancia (il bene e il male compiuti), mentre l’altra indicava severamente il Cielo, rammentando il terribile giudizio divino. La morte di una persona era vissuta dall’intera comunità. La sensibilità popolare considerava opere meritorie la visita frequente al cimitero, il decoro delle tombe e porre fiori su quelle dimenticate o trascurate. Diffusissima l’usanza di conservare nelle case le fotografie dei parenti defunti. In quella che è stata definita «religione domestica», erano considerati protettori della famiglia. Ai giovani si narrava la vita dei parenti defunti, per sottolinearne la religiosità, l’onestà e la laboriosità.

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