Papa Francesco e la comunicazione, mons. Viganò: “Usa una lingua viva e vicina ai giovani”

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«Nell’ambito della comunicazione, Papa Francesco sta portando avanti una rimediazione. Il suo è un linguaggio rivoluzionario usando anche gesti imprevedibili restando in una normalità voluta. Dà attenzione agli accessori, per esempio guardando l’orologio o portando con sé una borsa nei viaggi, facendoli diventare un efficace mezzo di comunicazione». È il ritratto di Papa Francesco mediatico, dipinto da un protagonista della riforma dei mezzi di comunicazione del Vaticano, nonché docente di Teologia della comunicazione alla Lateranense di Roma. È monsignor Dario Edoardo Viganò, che venerdì mattina 26 ottobre, nell’aula magna dell’Università degli studi di Bergamo, è intervenuto in un incontro-intervista con Alberto Ceresoli, direttore de L’Eco di Bergamo, sul tema «Il linguaggio del Papa. Una comunicazione globale». L’iniziativa è stata proposta — come ha ricordato il rettore Remo Morzenti Pellegrini — nell’ambito delle celebrazioni per il 50° di fondazione dell’ateneo. In pratica, è stato «un viaggio nella comunicazione di Papa Francesco», come ha affermato Francesca Pasquali, presidente del corso di Scienze della comunicazione.

Ceresoli ha esordito ricordando l’opera di Viganò nella rivoluzione dei media vaticani. «La Chiesa ha intuito e anticipato i cambiamenti epocali in questo ambito — ha risposto Viganò —, sempre coniugando la comunicazione con il senso religioso e morale. Come ogni riforma, anche quella multimediale avvenuta in Vaticano è stata una sfida e ha incontrato lentezze fisiologiche e resistenze, perché portava modalità nuove rispetto alle abitudini. C’erano e ci sono la Radio vaticana e L’Osservatore Romano, oggi affiancati da un nuovo portale digitale in 39 lingue che ha richiesto il lavoro di 700 persone». Un’altra domanda ha toccato il linguaggio di Papa Francesco. «La sua oratoria è irrituale e si fonda sul linguaggio quotidiano — ha detto Viganò —. Parlando ai giovani, ha detto di fare rumore e di andare controcorrente usando anche un termine spagnolo che corrisponde all’italiano “fate casino”. Questa scelta si situa nello spessore semantico della parola calato in una situazione nuova in cui viene enunciata, effettuando una rimediazione, cioè la capacità di adeguare le mediazioni precedenti con quelle nuove, usando quel termine negativo in senso positivo. Così facendo, mette in rilievo il suo ruolo di Papa e il suo essere uomo».

Ceresoli ha ricordato alcuni termini nuovi coniati dal Papa, come «misericordiare», oppure la ripresa del dialetto piemontese. «Questo fa emergere il suo stile — ha detto Viganò —, che sintetizza la sua opera in tre verbi: dire, fare, far fare. Questa semantica è meno legata al religioso e più alla categoria dei credenti e dei non credenti ed è un linguaggio rivoluzionario, perché Papa Francesco dimostra che la lingua è viva, non è una rigida». Poi ha confermato un’affermazione di Ceresoli, cioè che Papa Francesco, pur molto mediatico, non guarda la televisione, ma è presente su Twitter. Famoso è anche l’umorismo del Papa. «Lui ogni mattina recita questa preghiera: “Signore, donami l’umorismo” — ha affermato Viganò —. È un umorismo consapevole nella consapevolezza dei problemi della vita». Quindi ha ricordato la ritrosia («Non sono un attore»), poi superata, del Papa nell’essere protagonista di un documentario e l’attenzione data agli accessori, per esempio guardando l’orologio. «Questo gesto semplice ha molto colpito, diventando di grande notiziabilità, perché ha trasmesso l’immagine di un Papa che ha tanti impegni e non può perdere tempo. Così pure il suo bellissimo rapporto con i giovani, reso possibile anche grazie al suo stile sudamericano».

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