Premio Nobel per la pace a Mukwege e Murad. Da anni lottano contro gli stupri di guerra

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Denis Mukwege e Nadia Murad. Nomi che forse prima di oggi erano sconosciuti a molti, ma che meriterebbero di essere gridati davanti a un mondo troppo spesso indifferente verso il problema che loro, coraggiosamente, da anni stanno cercando di combattere in prima persona: quello dell’uso degli stupri come arma di guerra. Medico congolese lui e attivista yazida irachena lei, il 5 ottobre 2018 sono stati insigniti del premio Nobel per la Pace da parte del Norwegian Institute di Olso: un segnale importante, questo, perché accende mondiali i riflettori sulla pratica – ancora troppo diffusa, ancora troppo spesso silenziata – dell’utilizzo del corpo delle donne come campo di battaglia, come trofeo di guerra. In sostanza, come oggetti prima che vittime, come proprietà prima che individui.

Il riconoscimento è stato assegnato a Mukwege e Murad in nome dei “loro sforzi per mettere fine all’uso della violenza sessuale come arma in guerre e conflitti armati”: Mukwege da anni si prende infatti cura delle donne vittime di stupro nella repubblica Democratica del Congo, mentre Nadia Murad ha vissuto sulla sua pelle la schiavitù in mano all’Isis, dopo che i miliziani del Califfato avevano sterminato il suo villaggio e preso le donne come schiave sessuali.

L’uomo “che ripara le donne” 

Così è chiamato Denis Mukwege nel suo paese, la Repubblica Democratica del Congo, dove dal 1998 a oggi ha curato e assistito più di 40mila vittime di violenze sessuali: donne e bambine violate, distrutte e abbandonate in nome di una guerra che è reale di fatto, anche se non di nome. Ufficialmente la guerra nel Paese si è conclusa nel 2002, ma gli scontri tra esercito ufficiale e gruppi armati sono tutt’ora combattuti aspramente, e sul corpo delle donne. Già da anni Mukwege, ginecologo, denuncia incessantemente un crimine che ha le fattezze di una vera e propria strategia di guerra, un rituale collettivo di sottomissione e violenza che smembra comunità, paesi e famiglie. Il medico congolese ha fondato nel 1998 l’ospedale Panzi a Bukawo, nel quale accoglie e cura le vittime di una violenza tale che l’allora segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon l’aveva definito “genocidio sessuale”.

A testa alta contro i crimini dell’Isis

Un destino simile a quello di migliaia di donne curde, yazide o cristiane sotto le bandiere nere del Califfato, a cui Nadia Murad – lei stessa ex schiava sessuale dell’Isis – ha cercato di dare voce. Yazida irachena di venticinque anni, Nadia fu rapita nel 2014 dai miliziani dello Stato Islamico durante un’offensiva nel Sinjar: gli abitanti della cittadina di Kocho, dove la giovane viveva, furono massacrati e le giovani donne rapite e vendute come schiave. A differenza di altre – sono circa 3mila le ragazze yazide vittime di tratta e stupri da parte dell’Isis –  Nadia Murad riuscì mesi dopo a fuggire e cominciò a raccontare quanto aveva subito. Una testimonianza, la sua, che le valse nel 2016 il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, il maggiore riconoscimento per i diritti umani in Europa.

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