Un ragazzo prende a pugni il professore e viene sospeso. Ma c’è molto da fare, a 13 anni, prima di “buttarlo via”

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Uno studente di 13 anni prende a pugni il professore e viene sospeso per tre settimane. Accade in un istituto comprensivo di Treviglio, in seconda media. Sono gli stessi compagni di classe, spaventati dalla violenza della scena, a uscire dalla classe per chiedere aiuto.

Giusta la sanzione, gesto da condannare. Ai nostri giorni non è così insolito, purtroppo, che si verifichino episodi di violenza (fisica o psicologica) ai danni degli insegnanti, anche se colpisce, in questo caso, la giovane età dell’aggressore. Si può sicuramente interpretare come un segnale di crisi del ruolo dei docenti e in generale del rapporto difficile delle nuove generazioni con l’autorità.
Leggendo gli articoli usciti sulla stampa locale e nazionale si scopre che il ragazzo già l’anno scorso era stato sospeso dopo uno spintone a un professore ed era stato poi bocciato. La reazione pare sia nata da un rimprovero perché lo studente disturbava in classe.

Ci sono, in questa vicenda, molti elementi su cui riflettere: prima di tutto sottolinea quanto sia difficile per la scuola oggi incidere e intervenire efficacemente su aspetti che non riguardano immediatamente la didattica ma coinvolgono l’educazione in senso più pieno, e in particolare la sfera delle emozioni, con tutto ciò che ne consegue (e già qui il discorso verrebbe lungo, ma interessante).
Poi: genitori e compagni del ragazzo che ha dato il pugno lo descrivono come “timidissimo”, “tranquillo” e parlano di “gesto inspiegabile”. Ci viene spontaneo pensare che dietro una storia di questo tipo possano nascondersi molte situazioni diverse, e una complessità che i consueti “commenti social” tendono a semplificare con giudizi facili e lapidari. Non soltanto maleducazione, degrado e violenza (sono solo i pensieri più immediati e spontanei), ma soprattutto disagio (fisico e psichico) e solitudine. Capita spesso che chi “è fuori dal gruppo” o si trova suo malgrado a fare “l’outsider” per qualche particolarità – fisica, sociale, psicologica o caratteriale – venga messo da parte e spinto ancora più in là, dove i margini di recupero si assottigliano. Uguale solitudine ed emarginazione colpiscono le famiglie che per mancanza di risorse e mezzi (culturali, psicologici o economici) non riescono a occuparsi di situazioni oggettivamente “difficili”.  Sanzionare non è sufficiente e non è un messaggio del tutto positivo neppure per gli altri, quelli che non tirano pugni: bisogna anche lavorare di più sulle relazioni, spendere più risorse perché accoglienza, inclusione e prevenzione siano fatti concreti, e non solo bei discorsi. Come dice don Claudio Burgio, cappellano al Beccaria, non esistono ragazzi cattivi. C’è molto da fare, ancora, a 13 anni, prima di etichettarli e “buttarli via”.

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