Riti della domenica. A guardia della fede: tra Dio e la Dea

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“Perché così tanti ragazzi vanno allo stadio e così pochi a messa?”, “Come dovrebbe cambiare i propri riti la Chiesa per attirare più giovani la domenica?”. Se fossero queste le domande guida della presente riflessione, non si uscirebbe dal risentimento dell’insufficienza numerica né dal saccente “dovremmo fare così!”. No. Ciò che qui ci provoca è la ritualità propria dell’agire umano, giovanile in particolare: essa si nutre di una pressoché costante ripetitività nella forma (il che cosa del rito), di una frequenza periodica nel ritmo (il quando) e di una capacità di generare identità in coloro che lo compiono, meglio se in gruppo (il chi).

Fede o superstizione?

La storia del calcio ha alimentato i suoi fedeli con vari gesti “sacri”: dall’acqua santa del Trap, passando per il segno della croce di tanti atleti, fino ad arrivare alla caravaggesca coincidenza tra il Bocia ed il Crocifisso nella chiesa dell’ospedale Papa Giovanni, strana coincidenza bergamasca tra Cristianesimo e pallone. Molti di questi atti, hanno però mostrato anche la possibile deriva superstiziosa che porta con sé ogni gesto rituale: “se non lo faccio, qualcosa andrà storto!”. Ciò è tutt’altro che banale. Oltre al che cosa, al quando ed al chi, essenziale nel rito risulta essere il suo perché, l’effetto che si crede di raggiungere compiendo quel gesto.

La ritualità del tifoso

Il mondo del tifo si costituisce attorno ad una serie di riti (di cui il film L’onda ci mostra un’efficace degenerazione): l’attesa lungo la settimana, il pre-partita al bar, i colori indossati ed i loghi, slogan e canti quasi sempre identici, qualche spinello-incenso, la festa della Dea, la presenza del nemico… Gli anni passano con i loro volti, ma i riti si depositano diventando tradizione con una vita propria. L’agostiniana inquietudine di “esser divenuti per se stessi un problema” trova parziale riposo nell’identità che la comunità realizza attraverso i suoi stabilizzanti riti. La Dea infatti è anche famiglia: “mio nonno era atalantino, mio papà…”, e legame con la terra, del momento che l’Atalanta rappresenta Bergamo in Italia ed ultimamente in Europa; intanto al Camp Nou di Barcellona, novantamila persone cantano “Libertà!”.

Come dovrebbe reagire la Chiesa?

In che modo la Chiesa può lasciarsi provocare da questo fenomeno così socialmente rilevante? Innanzitutto non idealizzandolo: non è che lo stadio riesce laddove il Cristianesimo fallisce e cioè sostanzialmente nel radunare la gente la domenica: i livelli sono diversi, anche se in qualcosa si sfiorano. L’effetto che il pallone realizza attraverso i suoi riti è quello di una gioiosa ed agonistica aggregazione identitaria: “Insieme lottiamo per vincere! Ma se si perde va bene lo stesso, perché l’importante è che siamo noi!”. Tuttavia ciò che realmente rende possibile questo processo, il suo motore, è la passione che il calcio accende dentro le persone e questa non è solo né principalmente una questione di ritualità. Il fuoco scalda il desiderio ed esige un linguaggio rituale, cioè tradizionale e non arbitrario, per custodirlo e goderlo a pieno.

Il ruolo della fede

I riti cristiani, di cui la messa che è fonte e culmine, potranno certo essere nuovamente riformati per intercettare meglio lo stile dei giovani, ma saranno vissuti e gustati in pienezza solamente da coloro il cui desiderio sarà infiammato dalla fiamma viva della passione per ciò che questi riti veicolano, custodiscono e realizzano: la passione di Dio per l’uomo. Solamente la fede nella divinità di quell’uomo che era Gesù può svelare ai giovani che andare a messa significa compiere un gesto rituale in cui si affida all’ascolto di un Dio vivente la propria vita, quella dei propri cari, il dolore di chi soffre, le speranze di chi cresce. Ed è sempre questa fede che sola può rendere efficace il gesto domenicale: la passione per me e per chi amo che io “metto” in quel pane e in quel vino sull’altare si trasforma misteriosamente nella vita stessa di Dio, ciò che Dio vive e patisce, ritornando a noi come speranza che non sarà delusa. Perché a Dio importa ciò che è importante per me. Ai cristiani che sono la Chiesa non resta che appassionare i giovani a questa passione; solo così nasceranno altre coincidenze bergamasche tra Cristianesimo e calcio, come fu Damiano Capitanio, la cui mamma e sorella raffigurano oggi, in quella stessa chiesa dell’ospedale, la Vergine addolorata e Maria Maddalena.

Per altri approfondimenti vi invitiamo a leggere le pagine Young’s uscite l’8 ottobre su L’Eco di Bergamo

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4 commenti

  1. silvana messori on

    La Fede in Gesù Cristo può passare attraverso a quella calcistica, o in generale nelle passioni sportive varie! Se non ha capito quasi niente Lei, Sito medio, figuriamoci noi comuni mortali illetterati che conoscono solo il linguaggio calcistico, quando va bene! I nostri primi oratori, quando i business erano limitati ad avere un campetto, senza rete e segnata da due scarpe, magliette correnti e magari uniche solo perché qualche benefattore le regalava e suo figlio potesse partecipare ai giochi, indossando un indumento che li distinguesse di quale squadra appartenesse, usavano il “calcio”, sport sempre amatissimo fra i giovani, per aggregare, per togliere dalla strada, per educare alla partecipazione, e così via ! Don Bosco, dice niente? Padre Puglisi? e tutti i preti coraggiosi che in ambienti malsani e degradati,occupati solo dalla malavita, anche oggi, portano la voce di Gesù Cristo! l’accoglienza deve essere di prima importanza per ogni giovane che si affacci alla finestra di una partita di calcio, non sovrapponendo mai la volontà di sopraffazione o arrogante presunzione che l’altro vale niente! gioco di squadra… è la cosa che può far interiorizzare che prima che calciatori, siamo “uomini”!

  2. mI era sfuggita questa sua citazione, lei descrive il campetto del suo oratorio, io non avevo manco quello, il nostro campo d’estate era proprio un campo da utilizzarsi appena sfalciato, d’inverno lo era una strada che ad un certo punto si allargava, con un muro che faceva da ala, quando arrivavano i più grandi scacciavano noi più piccoli, non ci davamo per vinti appena ci capitava il loro pallone lo fregavamo e andavamo a nasconderlo e allora dopo la promessa di metterci in squadra lo facevamo saltar fuori. Ma ci divertiva, eccome!
    Comunque Signora Silvana io pensavo di poter leggere ed essere illuminato dalle sue spiegazioni e invece mi sento dare – anche se indirettamente – del “letterato” ma alla fine continuo a non capirci niente!

  3. silvana messori on

    l’incomunicabilità e l’indifferenza, pare siano le grandi problematiche dei giorni nostri! la mia era una provocazione nel dire con ” noi poveri mortali”, che può cadere il mondo … ma il calcio viene prima di tutto! Forse sono io che non ci capisco niente… ma nella mia vita, ho sperimentato anche il gioco di strada e come femmina, tra compagni maschi! ci si divertiva e divertivo nel fare passaggi alla Sivori e per questo accettata ed apprezzata dal gruppo! Forse bisognerebbe farci delle domande perché i giovani, preferiscono una partita di calcio piuttosto che andare a Messa! forse ci si deve porre la domanda come mai tanta indifferenza se un tuo compagno cade e si fa male e per giunta applauditi dagli stessi genitori della squadra avversaria; forse porsi delle domande e non avere troppe certezze, anche sulle nostre opinioni e che andrebbero riviste dopo dovute riflessioni., non guasterebbe. Nel mio commento ho dato una mia opinione su come è sperimentata da me la Fede in cui credo fermamente e che può essere ritrasmessa anche attraverso la fede calcistica…E’ evidente che ciò non basta per tutti e a tutti, e a mio modesto parere, ognuno deve trovare la propria strada… e a volte anche andando a Messa!

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