Sinodo 2018, don Gino Rigoldi: “Bisogna andare a scuola di relazioni e di comunità per stare accanto ai giovani”

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Il Sinodo dedicato ai giovani come “occasione per ascoltare tutti i giovani, anche quelli che si trovano lontano, anche quelli rinchiusi all’interno di una cella”. Lo scriveva in una lettera, a marzo scorso, don Raffaele Grimaldi, ispettore dei cappellani, insieme ai cappellani degli istituti penali per minori. Ora che il Sinodo è in corso in Vaticano, ne parliamo con don Gino Rigoldi, cappellano dell’Istituto penale per minorenni Cesare Beccaria di Milano.

Don Gino, il Sinodo sta suscitando l’attenzione dei ragazzi del Beccaria?

I giovani del Beccaria ricercano i cappellani con richieste di presenza, paternità, affettività, vengono a Messa, ma non c’è attenzione verso il Sinodo. Io ne ho parlato a Messa, sanno che c’è, ma non è nei loro interessi.

E qual è l’atteggiamento verso la Chiesa?

Questi ragazzi hanno una grande simpatia per il Papa: se appare in tv, non cambiano canale, dicono: “È buono, bravo, simpatico”; mentre della Chiesa, oltre al fatto che una metà sono stranieri e neanche cristiani, anche gli italiani hanno un vago ricordo e non ne sentono la vicinanza. Pensano che don Gino e don Claudio (Burgio, l’altro cappellano del Beccaria, n.d.r.) sono vicini a loro e hanno cura di loro. In questo senso è una Chiesa che s’incarna per loro in due persone, che sentono come padri, persone affidabili, fratelli di percorso. Verso la Chiesa ufficiale sono indifferenti. Eppure, oggi nella Chiesa, nei nostri oratori, per esempio, è cresciuta la sensibilità verso i ragazzi a rischio. Per quelli che vengono dalle carceri, innanzitutto, le comunità di accoglienza sono spesso gestite da sacerdoti e religiosi. E quando i ragazzi che vengono dal Beccaria vanno negli oratori a testimoniare di una vita passata e di una speranza di futuro, ricevono una discreta accoglienza, attenzione e interesse. Sono testimonianze che mettono in movimento i pensieri dei ragazzi “normali”.

L’immagine scelta per il Sinodo è quella del discepolo amato: come trasmettere ai giovani in carcere la carezza di Gesù e della Chiesa?

I cappellani nelle grandi carceri sono impegnati per la parte religiosa e sociale, danno consigli e offrono accompagnamento. Qui al Beccaria se a un ragazzo manca una casa, il lavoro, la compagnia, è un mio problema. Nel carcere minorile a Milano oltre a parlare di Gesù Cristo, ci facciamo carico dell’accoglienza, del lavoro, della mediazione con i genitori, insomma c’è una presa in carico totale. Quello che i ragazzi capiscono subito è che noi sentiamo nostri i loro problemi. Da qui nasce da parte loro una stima, un confronto, una relazione padre-figlio. Non sei solo un prete, sei il padre. In carcere ci sono soltanto i poveri e i poverissimi: come fai a non essere coinvolto nella loro povertà, nella mancanza di casa, di relazioni, di famiglia, di stima da parte di qualcuno che ti crede, ti dà una mano per la tua autonomia? È un bellissimo lavoro, anche se un po’ stressante. La mattina parli con il “Capo” (Dio, n.d.r.) e vai. Sono lì da 45 anni.

Il Sinodo può essere l’inizio di una collaborazione tra pastorale giovanile e realtà carcerarie?

Qui tocchiamo un tema determinante. Nel Sinodo parliamo dei giovani e confrontiamo nel mondo le problematiche giovanili, ma noi preti, suore, frati, educatori cattolici miglioreremo le nostre capacità relazionali, le nostre capacità educative? Avremo altre idee da aggiungere a quello che già facciamo? Dopo il Sinodo ci aspettiamo qualcosa di diverso, ma ciò non avviene se non è fatto accadere. Due cose sono determinanti per stare accanto ai ragazzi dopo il Sinodo: la relazione e la comunità. Nella mia esperienza di presidente di varie associazioni giovanili, impegnate ad esempio in attività di volontariato in Romania e Moldavia, lavoriamo molto sulla relazione interpersonale perché il gruppo deve essere di relazione prima che di azione. Relazione vuole dire volersi bene, l’abc del comandamento dell’amore, ci guardiamo in faccia, ci riconosciamo, condividiamo le cose che sappiamo di avere, ci accettiamo nelle nostre diversità. Servono, dunque, una grande capacità di relazione e l’impegno a lavorare in un gruppo. I giovani hanno bisogno di relazione e di comunità. Credo che almeno in Italia, preti compresi, o si va a scuola di relazione o non se ne fa niente.

I giovani hanno bisogno di figure di riferimento?

Dobbiamo prepararci a riaccogliere questi giovani, con la cultura che abbiamo respirato al Sinodo: siamo noi preti, frati, suore, educatori cattolici e associazioni cattoliche a doverci formare alla relazione perché i giovani sentono la mancanza di figure adulte di riferimento. D’altra parte, la relazione non è una dote naturale, è un percorso di vita spirituale, che si costruisce o non c’è. La capacità di relazione significa anche la capacità di condividere quello che pensi, quello che soffri, quello che ami. Diventa bello, nel momento in cui non hai più paura a condividere le tue idee anche con un giovane “strambo”, altrimenti hai già emesso un giudizio negativo. La relazione e la comunità sono due cose semplicemente cristiane: la relazione si chiama l’amore del prossimo, accettato, visto, accolto, e la comunità è il gruppo di persone che insieme condivide dei rapporti e fa delle imprese religiose, sociali, culturali. Senza relazione e comunità i giovani, dopo il Sinodo, ricominceranno, come prima, a fare i dispersi. Se questo Sinodo darà, invece, una grande occasione di relazione e di comunità, allora questa Chiesa accoglierà splendidamente i nostri ragazzi.

Ma quali sono i sogni dei giovani detenuti? E come la Chiesa può aiutarli a guardare il futuro con speranza?

I sogni dei giovani detenuti sono quelli degli altri ragazzi: un lavoro tranquillo, una famiglia tranquilla, figli tranquilli, una casa, il desiderio di paternità e di affetti. Nel tempo la popolazione carceraria del Beccaria è molto cambiata: 30 anni fa erano tutti giovani italiani, provenienti dal Sud Italia, che volevano arraffare il futuro, avere gli oggetti status symbol, mentre gli attuali sono molto confusi, non hanno idea di futuro. C’è richiesta di paternità: don Claudio e io non abbiamo mai ricevuto tante richieste come in questi ultimi dieci anni. Un padre che non solo ti trova un lavoro, ma che ti aiuta a crescere.

Papa Francesco parla molto della necessità di reinserimento. A che punto siamo su questo fronte?

Su questo fronte la più impegnata è la Chiesa. Se penso che il 32% dei giovani italiani sono disoccupati, in coda ci sono quelli che escono dagli istituti. Sono dentro, in una condizione peggiorata, alle vicissitudini brutte dei loro coetanei. Gli imprenditori, mediamente, preferiscono darti dei soldi che assumere. Comunque, abbiamo allacciato rapporti con Starbucks e una serie di altre grosse aziende, dove invieremo i curriculum dei nostri ragazzi. Se supereranno il colloquio saranno assunti: se questi giovani hanno delle capacità, è giusto che siano riconosciute e il loro passato non incida. Sono borse lavoro per prendere il ritmo del lavoro. Nel 2018 dovrebbero trovare lavoro complessivamente una cinquantina di ragazzi.

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