«Al Sinodo i giovani hanno “fatto rumore” e hanno contagiato i vescovi con il loro entusiasmo»

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La XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dal titolo “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, si è conclusa da pochi giorni, e ora cresce l’attesa delle conclusioni di Papa Francesco, una pista per il lavoro dei prossimi anni. Fabio Colagrande, giornalista di Radio Vaticana e blogger, ha seguito quotidianamente i lavori del Sinodo impegnato a capire come parlare di fede alle nuove generazioni. Al vaticanista domandiamo di svelarci qualche aneddoto nato nell’aula consiliare e nei luoghi limitrofi e quali sono stati gli argomenti più importanti emersi, discussi e sintetizzati nel documento conclusivo del Sinodo dei vescovi che ha ottenuto 191 voti a favore e 43 contrari.
Tre parti, 12 capitoli, 167 paragrafi, 60 pagine: così si presenta il Documento finale della XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, che dovrà cambiare la pastorale giovanile della Chiesa cattolica. Se è vero che “I giovani hanno bisogno di santi che formino altri santi”, i giovani devono diventare sempre più protagonisti della missione evangelizzatrice della Chiesa?
«Quando si parla di giovani, si parla di rinnovamento e di futuro, è inevitabile. Chi è giovane tende a voler cambiare la realtà, contestando i modelli prefissati dai grandi e si prepara a essere l’adulto di domani. Per cui questo Sinodo in fondo si è occupato del nuovo volto missionario che la Chiesa vuole assumere secondo le indicazioni di Papa Francesco. Una Chiesa “in uscita”, cioè non ripiegata su sé stessa, ma che vuole essere “prossima” alle donne e agli uomini di oggi e di domani per accompagnarli all’incontro con Cristo. Il Sinodo dei giovani è durato quasi un mese, è stato perciò lungo e impegnativo per i 270 vescovi provenienti da tutto il mondo e i 34 giovani uditori che vi hanno partecipato. L’atmosfera è stata, però di grande serenità, amicizia e collaborazione, non ci sono stati accesi contrasti appetibili per eventuali titoloni sui giornali, ma la sfida sottesa non era da poco. Come mi ha detto uno dei partecipanti, Enzo Bianchi, fondatore della Comunità di Bose, “se manca la voglia generativa della Chiesa verso la fede, allora non ci sarà una generazione cristiana futura”».
Dai migranti “come paradigma del nostro tempo” alla necessaria reazione contro gli abusi sessuali “fare verità e chiedere perdono”, fino alla sessualità e all’affettività, compresa la necessità di “favorire percorsi di fede per le persone omosessuali”. Il documento finale è al passo con i tempi?
«La forza di questo Sinodo è stata la fase preparatoria. Nel marzo scorso, trecento giovani da tutto il mondo si sono ritrovati per una settimana in Vaticano per buttare giù un documento preparatorio e altre decine di migliaia hanno partecipato al dibattito via web. Prima ancora c’erano stati, come di consueto, due questionari che la Segreteria del Sinodo, attraverso le Conferenze episcopali, ha fatto circolare per tutto il globo. Per cui, quando ci si è messi al lavoro il 3 ottobre scorso, i padri sinodali avevano davanti un testo che riassumeva bene sfide, paure e speranze del mondo giovanile e le opportunità che la Chiesa ha di aiutarli a trovare la propria vocazione umana e cristiana. Il Documento finale riassume bene il frutto di questi venticinque giorni di confronto e riflessione ma – come ha detto il Papa in chiusura del Sinodo – non è tanto un testo  rivolto al pubblico, quanto agli stessi vescovi che devono trasformarlo in vita vissuta. Devono prendere sul serio le giovani generazioni, abbandonando il paternalismo e affidandogli compiti di responsabilità nella Chiesa. E devono imparare a non imporre regole ma ad accompagnare, passo passo, quotidianamente i giovani accogliendo le loro fragilità, non avendo paura – è questo un punto cruciale – di mostrare le proprie debolezze di adulti».
Il tema centrale del Sinodo dei vescovi è l’ascolto e la Chiesa che si deve fare prossima. Dall’aula consiliare è emersa l’immagine di una Chiesa “sinodale”, tanto cara al Santo Padre?
«È un punto cruciale che rende questo Sinodo unico e in un certo senso storico: è il primo che si è svolto secondo le norme della Costituzione apostolica “Episcopalis communio”, pubblicata da Papa Francesco a settembre, che trasforma decisamente il Sinodo in un evento di ascolto del Popolo di Dio e, quindi, nello spirito del Concilio, sospinge tutta la Chiesa verso la sinodalità. E sinodalità significa una dinamica di ascolto continuo di tutti i suoi componenti, laici, uomini e donne, anziani, adulti e giovani, per camminare letteralmente insieme. Il tutto senza annullare l’autorità del Papa e dei vescovi ai quali spetta anzi il ruolo fondamentale di accompagnare la comunità ecclesiale e aiutarla nel discernimento che permette di incarnare il Vangelo nell’oggi, ascoltando appunto i “segni dei tempi”. Non a caso è stato il primo Sinodo della storia animato da decine di giovani laici, ragazzi e ragazze, che hanno preso la parola in aula e partecipato rumorosamente al dibattito, sottolineando con applausi ed esclamazioni l’andamento della discussione. Questo lo raccontano tanti partecipanti, anzi, uno degli uditori mi ha confidato che lo stesso Papa Francesco, che ha seguito da vicino i lavori come presidente del Sinodo, un giorno è salito nel settore dei giovani uditori per salutarli e li ha incoraggiati a continuare a fare “chiasso”. Sarà difficile in futuro dimenticarlo».
Il documento finale affronta anche i rischi dell’ambiente digitale. Al paragrafo 146 il documento sottolinea che il Sinodo “auspica che nella Chiesa si istituiscano ai livelli adeguati, appositi Uffici o organismi per la cultura e l’evangelizzazione digitale” e ipotizza anche “sistemi di certificazione dei siti cattolici, per contrastare la diffusione di fake news riguardanti la Chiesa”. Che cosa ne pensa?
«Penso che il Sinodo abbia preso atto che il digitale non è un mondo a parte, un po’ misterioso. Ma è la realtà sciolta nel nostro quotidiano in cui tutti noi ormai trascorriamo parte delle nostre giornate. È tempo perciò che i credenti di oggi e di domani, che per età anagrafica sono più agili di noi sui social e in generale sul web, diventino protagonisti di un vero apostolato digitale, contagiando positivamente la rete con il Vangelo. Ho più dubbi sulla certificazione dei siti cattolici. Credo che le fake-news si combattano seminando in rete le buone pratiche, non con regole che provengono dall’alto».
“La Chiesa e il mondo hanno urgente bisogno del vostro entusiasmo. Fatevi compagni di strada dei più fragili, dei poveri, dei feriti dalla vita. Siete il presente, siate il futuro più luminoso”, le frasi finali della Lettera dei padri sinodali ai giovani di tutto il mondo. Speranza e fiducia sono le parole chiave del testo?
«Certamente: dai giovani è arrivata alla Chiesa un urlo di sofferenza per le tante situazioni di disagio che ragazze e ragazzi vivono nei cinque continenti. Disoccupazione, dipendenze in Occidente. Ma pensiamo ai giovani costretti a emigrare per guerre, miseria o disastri ambientali nel Sud del mondo. Ai giovani cristiani perseguitati o discriminati in Asia o in Africa. Ma assieme a queste urla arrivava anche una forte richiesta di speranza e con questa Lettera, i Padri sinodali hanno voluto rispondere alla loro richiesta, ricordando al contempo ai giovani che contano su di loro per ridare slancio alla Chiesa. In fondo è stato uno scambio tra generazioni: i vescovi hanno dato ai giovani la speranza del Vangelo. I giovani hanno risposto con il loro entusiasmo e la loro gioia di vivere, che hanno sicuramente contagiato uomini di Chiesa spesso fiaccati da tante responsabilità e preoccupazioni. E che durante il Sinodo si sia respirato un clima speciale di condivisione e voglia di futuro lo dimostra il fatto che tra una ragazza e un ragazzo del gruppo degli uditori, provenienti da due continenti diversi, sia addirittura scoppiata una “love-story”. Ma non fatemi dire altro… ».

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