«Chiamiamo i nostri morti con il loro nome, ascoltiamo le loro voci, ma alla luce della fede»

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Dalle loro tombe, pur nel silenzio, cosa si attendono i defunti dai vivi e quali insegnamenti possono donarci? Per saperlo, «non c’è bisogno di tavolini che ballano, atto che la Bibbia bolla con fulmini di riprovazione». Inoltre, «i nostri morti vogliono essere chiamati morti», senza ricorrere a termini eufemistici tanto cari alla cultura contemporanea. È quanto scrive monsignor Leone Lussana, parroco di Torre Boldone, sull’ultimo numero del Notiziario parrocchiale con un articolo intitolato «Tendere orecchio e cuore. I nostri morti parlano». Monsignor Lussana esordisce ricordando che «i nostri morti non sono nel nulla o in zone d’ombra, come rischiamo di pensarla noi moderni» e da noi vivi si attendono diversi atteggiamenti. Innanzitutto apprezzano il ricordo nella Messa, «che è il suffragio più efficace, oltre alle nostre preghiere personali». Sono felici i nostri morti se i loro familiari li hanno aiutati nel passaggio all’aldilà con i Sacramenti dell’Unzione e della Comunione», mentre sono amareggiati dalla paura o dall’indifferenza dei famigliari che non hanno potuto o voluto dare questi sostegni spirituali. Sono contenti i nostri morti quando alla loro morte hanno ricevuto le visite e le preghiere di parenti e amici. Ancor più felici se hanno visto, ai loro funerali, il raccoglimento anche dell’intera comunità.

Hanno poi apprezzato se nel percorso verso la chiesa e il cimitero hanno visto le persone togliersi il cappello, la saracinesca del negozio abbassata, il segno della Croce della gente. Non comprendono il corteo verso il cimitero se i parenti hanno scelto la cremazione, perché in realtà diviene un atto per dare evidenza ai vivi. Molto apprezzano i nostri morti le visite al cimitero e la cura delle tombe, perché segno di rispetto e ricordo, soprattutto se a effettuarli è l’intera comunità. Non sono soddisfatti i nostri morti nel vedere disperdere le loro ceneri e neppure tenerle nelle case, quasi si avesse paura di consegnarli al Signore, privandoli così della comunione con gli altri morti del cimitero.

Infine, anche con sottile ironia, monsignor Lussana scrive che i morti «vogliono essere chiamati morti» e prende le distanze dagli eufemismi moderni con espressioni «poco gradite ma usate». E ne fa l’elenco. Li chiamiamo «scomparsi», come si fossero perduti nei boschi o nelle valli. Oppure diciamo «andati via», come fossero persone uscite e non più tornate a casa. No anche il termine «deceduti», come se i defunti fossero caduti da un piedistallo o hanno sentito crollare la terra sotto i piedi. «E allora — conclude il parroco di Torre Boldone — tanto vale chiamare le cose con il loro nome. E guardarle in faccia, magari nella luce della fede».

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