I giovani e la Chiesa. Rita Bichi: «Non vogliono imposizioni dall’alto, ma qualcuno che cammini con loro»

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“Il Vangelo ha ancora qualcosa da dire ai giovani?” è la domanda che ha fatto da stimolo ai ricercatori e ai volontari del progetto Young’s condotto nell’ultimo anno dalla Diocesi di Bergamo con l’Università. Quando questo cammino è stato avviato, il vescovo Francesco Beschi aveva riunito i giovani rappresentanti di tutti i movimenti, associazioni, uffici pastorali dell’area giovanile, con l’indicazione di ascoltare e osservare il territorio e approfondire in particolare le diverse forme di presenza e le necessità dei giovani.

Il convegno di sabato 10 novembre dalle 9 nell’Aula Magna di Sant’Agostino dell’Università degli Studi di Bergamo è una prima occasione per fare sintesi e raccontare questo lavoro. Ne parliamo con Rita Bichi, una delle curatrici dell’Osservatorio Giovani (che si occupa della condizione giovanile in Italia) dell’Istituto Toniolo, Ente fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, una delle relatrici del convegno. La professoressa Bichi è anche docente ordinario di Sociologia presso la Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove insegna fra l’altro Sociologia generale, Metodologia della ricerca sociale e Modelli di pensiero delle scienze sociali.

Il progetto Young’s ha avuto come obiettivo quello di mettersi in ascolto dei 20/30enni di Bergamo e provincia, incontrandoli e ascoltandoli su cinque temi: casa, lavoro, relazioni, tempo libero e valori. Desidera brevemente illustrarci i risultati sociologici?

«La ricerca ha messo in evidenza una tipologia di giovani abbastanza chiara e molto articolata. Sono molti i tipi di giovani che vengono descritti da questa ricerca, che mettono in rilievo una condizione giovanile che può essere paragonata o avvicinata a quella dei giovani italiani in generale. Ci sono molte consonanze tra la ricerca fatta a Bergamo con i risultati delle ricerche portate avanti dall’Osservatorio Giovani. Parliamo di due generazioni di giovani che sono da una parte i Millennials (i nati tra il 1980 e il 2000) e dall’altra parte la Generazione Z cioè le persone nate dopo i Millennials, che stanno vivendo questa difficile situazione italiana di crisi economica e sociale. I loro profili rispecchiano e risentono di questa condizione storico/sociale/economica. La realtà bergamasca è dal punto di vista lavorativo meno difficile di quella di altre zone d’Italia, il lavoro del progetto Young’s è stato molto importante, è fatto di ascolto, di riflessione sulle testimonianze da parte di tanti ragazzi che hanno avuto la possibilità di raccontarsi, di raccontare la loro storia. Bisognerebbe farlo più spesso, perché i giovani italiani sono poco ascoltati».

Giovani e fede nel mondo di oggi. Che cosa è cambiato rispetto a qualche generazione fa?

«È cambiato un mondo! I giovani oggi si pongono nei confronti della religione in maniera assai diversa rispetto al passato. Si è appena concluso il Sinodo sui giovani che ha potuto riflettere su questi cambiamenti, ma anche l’Istituto Toniolo ci ha lavorato in questi anni approfondendo la questione sia dal punto di vista dei giovani, sia degli educatori alla fede. I risultati mettono in evidenza una religiosità mutata, che ha poche delle caratteristiche del passato, perché i giovani vivono prima di tutto il loro rapporto con Dio in maniera differente, più personale e individuale – meno collettiva e meno legata in ogni caso alla Chiesa come istituzione. I giovani fanno fatica a trovare riferimenti all’interno dell’istituzione, quindi la domanda di fede permane ma con poche possibilità di trovare risposte. Quelle che i giovani vogliono trovare, che appartengono a una Chiesa più vicina a loro, più amichevole, più pronta ad accoglierli e ad accompagnarli».

Progetto Young’s un osservatorio speciale per raccontare una generazione in tutta la sua complessità, senza mai banalizzarla?

«Sì, non sono una protagonista della ricerca ma da quello che ho letto e ho potuto vedere, il progetto è uno sforzo importante per leggere queste generazioni, per comprendere e spiegare meglio quello che sta loro accadendo».

“Vorrei dire ai giovani, a nome di tutti noi adulti: scusateci se spesso non vi abbiamo dato ascolto; se, anziché aprirvi il cuore, vi abbiamo riempito le orecchie. Come Chiesa di Gesù desideriamo metterci in vostro ascolto con amore, certi di due cose: che la vostra vita è preziosa per Dio, perché Dio è giovane e ama i giovani; e che la vostra vita è preziosa anche per noi, anzi necessaria per andare avanti” ha esordito il Pontefice nell’omelia della messa conclusiva del Sinodo sui giovani. Una frase forte, dirompente. Che cosa ne pensa?

«Penso rispecchi ciò che i giovani si aspettano che il Papa dica loro, lo abbiamo anche visto dalle nostre ricerche. I giovani vogliono essere ascoltati e accompagnati verso la fede. Non desiderano che venga imposto loro qualcosa dall’alto, i giovani desiderano qualcuno che sia loro accanto come guida ma anche al loro fianco ascoltando le loro esigenze, il loro vissuto, il modo di vedere il mondo. Il discorso bellissimo del Papa rileva l’esigenza dei giovani di avere qualcuno accanto».

“Il Sinodo dei giovani è stato una buona vendemmia, e promette del buon vino”. Parole di Papa Francesco. Ritiene che il rapporto tra Chiesa e giovani dopo questo Sinodo cambierà?

«Lo spero per la Chiesa, per i giovani e per il futuro della Chiesa cattolica in Italia. È necessario che questo cambiamento avvenga, il Sinodo dei giovani è stato un passo importante verso questa direzione. Ora sta a tutti quelli che hanno buona volontà di fare, trarre le conseguenze da questa fondamentale riflessione del Sinodo».

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