Giovani in oratorio. Il coraggio di una scelta

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Foto: un incontro giovani nell’oratorio di Telgate

Sulla mia scrivania sono appoggiati quattro libri, oltre a innumerevoli fogli tra mail stampate, carte, appunti, schede di preghiera per l’Avvento ecc.: il libro di don Manuel sui sacramenti, il testo di Johnny Dotti sull’educazione e la sua serietà in questo tempo, il libro di don Giuliano sul neopelagianesimo, sul quale mi riprometto di scrivere a breve, e il coloratissimo testo che riporta l’indagine sui giovani svolta grazie alla  collaborazione tra Diocesi di Bergamo e Università degli Studi di Bergamo.

Il prete che si lamenta: non ci sono più i giovani di una volta

Quest’ultimo è l’acquisto più recente e ancora non sono riuscito ad iniziare la lettura. Tuttavia oggi scrivo sui giovani. Le mie considerazioni prendono spunto da una chiacchierata con un confratello sacerdote risalente a qualche mese fa. In quel dialogo informale, il mio amico lamentava la differenza tra quando noi eravamo giovani seminaristi e i giovani di oggi, sostenendo che oggi non ci sia più, da parte dei giovani, la disponibilità di un tempo a percorsi seri e ad abitare l’Oratorio con entusiasmo. Non mi trovo d’accordo con questa posizione.

Per carità, è innegabile, in quanto evidente, che i giovani che intercettiamo sono pochi rispetto ai molti che abitano le nostre comunità. Del resto, lo stesso vale anche per chi così giovane non è più: quanti genitori partecipano alle nostre proposte per loro? E alle serate di formazione che proponiamo alle nostre comunità? Non scopriamo oggi che l’Oratorio e la comunità parrocchiale sono spazi e tempi che uno deve scegliere di abitare e con la libertà dei figli di Dio ciascuno si gestisce nella scelta.

Gli spazi protetti di quando eravamo giovani

Tuttavia, noi preti a volte dimentichiamo la condizione specifica di quando eravamo in Seminario e, forse, abbiamo bisogno di ricordarcela. Penso a quegli anni. Sono stato in Seminario dai 19 anni, appena terminato il liceo Mascheroni, fino ai 25 (sono stato ordinato nell’anno in cui ho compiuto i 26). Ebbene: le nostre giornate prevedevano la sveglia alle 6:25, preghiera alle 6:40, colazione e scuola alle 8 e a seguire le altre attività previste. Tutto questo negli spazi del Seminario. Ciò significa che, rispetto alla mia stanza, scendevo di un piano ed ero in chiesa, di due ed ero in refettorio; salivo le scale fino all’ultimo piano ed ero nelle aule dove frequentavamo le lezioni di Teologia. La nostra vita era per la maggior parte lì, protetta dalle splendide mura sul colle di SanGiovanni, al caldo in inverno e con l’aria fresca quando si avvicinava l’estate.

Oggi: che fatica essere giovani…

Ma i nostri giovani? Penso a diversi dei miei ragazzi in Oratorio. Sveglia ore 5:30, raggiungono a piedi la stazione di Grumello, poi treno verso Bergamo o Brescia. Diversi, giunti a Bergamo devono salire sul treno che sperano li porti a Milano per le 8. Il tutto sperando che non ci siano guai nel viaggio (assai frequenti di questi tempi) e che il docente, nella sua originalità, non decida di non presentarsi all’ultimo momento, soprattutto se è giorno di esame. E, chi non studia, lavora e lavora sodo.

Non possiamo dimenticarlo questo, noi preti. Quando ascolto i racconti della quotidianità di questi giovani, mi chiedo se sarei stato capace di vivere così. Forse sì: i miei compagni di liceo hanno vissuto così. Però è difficile. Le attività sono tante: lo studio, la famiglia, la vita affettiva, la vita di fede, lo sport, le amicizie, il volontariato, spesso vissuto in diversi enti. No, non possiamo proprio lamentarci: i giovani che abbiamo sono davvero bravi. Più di me di sicuro. E allora ben venga che qualche volta ci dicano “stavolta passo” quando li chiamiamo: lasciamoli riposare, o a cena con fidanzati o amici, o a studiare. Stanno costruendo la loro vita, e in questo costruirsi trovano tempo per dare una mano al loro Oratorio. Giù il cappello davanti a giovani così, e un profondo inchino di riconoscenza!

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