Ho paura di tutto. E anche la Bibbia mi parla del sole che si spegne e delle stelle che cadono

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Ho compiuto i 78 anni. Ho una gran paura, paura di tutto. Del futuro in particolare. Adesso anche il Vangelo mi parla del sole che si spegnerà, della luna che non manderà più la sua luce, delle stelle che cadranno dal cielo. Mi puoi dire dove posso andare per farmi un po’ di coraggio? Gigi

Al di là delle immagini sconvolgenti che, in questi giorni di fine anno liturgico, la Parola di Dio ci offre e che possono generare paura e angoscia, intravediamo, caro Gigi, come in filigrana, il sottile filo d’oro della speranza: Esse, infatti, ci aiutano a scorgere, proprio dentro il tempo presente, quel fine ultimo ed eterno verso cui tendiamo. Il linguaggio dei brani evangelici di questo tempo liturgico e delle terminologie apocalittiche usate, spesso incomprensibili, hanno la finalità di mostrare il vittorioso e definitivo disegno di Dio sul corso degli eventi. Non raccontano, perciò, la fine della storia, ma il suo fine Gesù di Nazareth, morto e risorto.

Sotto la croce, qualcuno ci vede. Altri restano ciechi

Proprio sul Golgota, infatti, il sole, la luna, le stelle cessano di illuminare e si fa buio su tutta la terra, segnando la fine del mondo del peccato e l’inizio di un tempo nuovo. La morte in croce del Signore Gesù è, per questo, come uno spartiacque che segna il confine tra buio e luce. Proprio sotto la croce, infatti, nel momento di oscurità più intensa, qualcuno, non potendo vedere, è capace solo di schernire e oltraggiare.

Altri invece, guarda caso un pagano, un uomo “lontano”, è in grado, non solo di vedere il Figlio dell’uomo nel suo donarsi per salvare gli altri, ma anche di riconoscerlo Figlio di Dio. Il suo sguardo vede oltre e scorge che proprio nel buio viene la luce e che solo dalla morte di Gesù viene la vita. Questione di sguardi, dunque! Le Parole di Gesù, infatti, non prevedono nessuna la fine del mondo, come spesso annunciano santoni di ogni epoca, ma invitano a guardare in modo nuovo il nostro tempo per abitarlo in modo costruttivo, senza cedere né alla “miopia” propria di coloro che, privi di ogni sguardo lontano, vivono appiattiti sul presente, né alla presbiopia, tipica di quelli che, faticando a vedere “le cose vicine”, si rifugiano in uno spiritualismo disincarnato.

Allungare lo sguardo

Che fare, allora, per guarire queste possibili malattie spirituali, se non comprare dal Signore stesso del “collirio per ungerci gli occhi e recuperare la vista”? (cfr. Ap 3,18). L’invito, allora, è ad “allungare lo sguardo”, per scorgere la presenza del Signore che bussa alla porta della nostra vita, perché “Egli è vicino, è alle porte”. Commentando questo brano dell’evangelo, padre Ermes Ronchi evidenzia:

Il Signore è vicino: vitale e nuovo come la primavera. L’universo è fragile nella sua grande bellezza: in quei giorni, il sole si oscurerà, la luna si spegnerà, le stelle cadranno dal cielo… Eppure non è questa l’ultima verità delle parole di Gesù: se ogni giorno c’è un mondo che muore, ogni giorno c’è anche un mondo che nasce, un germoglio che spunta, foglioline di fico che annunciano l’estate. Quante volte si è spento il sole, le stelle sono cadute a grappoli dal nostro cielo, lasciandoci vuoti, poveri, senza sogni: una disgrazia, una delusione, la morte di una persona cara, una sconfitta nell’amore. Fu necessario ripartire, un’infinita pazienza di ricominciare, guardare oltre l’inverno, all’estate che inizia con il quasi niente, una gemma su un ramo, guardare «alla speranza che viene a noi vestita di stracci perché le confezioniamo un abito da festa» (P. Ricoeur).

Allora, caro Gigi, animo e avanti!

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