I cristiani, “vedette dell’aurora”

0

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In quei giorni, dopo quella tribolazione,
il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce,
le stelle cadranno dal cielo
e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte (vedi Vangelo di Marco  13, 24-32).

Per leggere i testi di domenica 18 novembre, trentatreesima del Tempo Ordinario “B”, clicca qui.

Il discorso “sulla fine”

Gesù esce dal tempio. Gli fanno notare il carattere maestoso e grandioso della costruzione. In risposta, Gesù preannuncia che tutta quella meraviglia verrà distrutta. Poco dopo, Gesù si trova con i suoi nel giardino degli Ulivi e alcuni discepoli gli chiedono quando avverrà quella catastrofe e quali saranno i segni che la preannunceranno.
Gesù risponde con un lungo discorso, chiamato solitamente “discorso escatologico”, che riguarda, cioè, egli “escata”, le “ultime cose”, gli eventi conclusivi e decisivi. In effetti, nella prima parte Gesù annuncia la  distruzione del tempio di Gerusalemme, poi descrive l’inizio di una “grande tribolazione” e infine parla della venuta del Figlio dell’uomo: quest’ultima parte è il vangelo di oggi. Il Figlio dell’uomo tornerà, infatti, e radunerà i suoi eletti, “dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo”.

La paura della fine

Il vangelo di oggi può far paura: parla di sofferenze, di guerre, di catastrofi. Ma alla fine di tutto torna il Figlio dell’uomo, Gesù glorioso, e attorno a lui si radunano i suoi. Per cui, la prima constatazione di fronte a questo vangelo è che esso è, alla fine, ottimista. Il mondo non finisce in una inarrestabile deflagrazione, ma in un incontro: con il Signore glorioso e con gli altri uomini, radunati da lui.
Il vangelo di oggi gioca, dunque, su un difficile equilibrio, fra il pessimismo di fronte a ciò che si vede ora o che avverrà tra poco e la speranza di fronte a ciò che avverrà “alla fine”, in un giorno e a un’ora che nessuno conosce. Intanto, tra le catastrofi vicine e la speranza lontana, sta la grande tribolazione: bisogna passarci e saper leggere i segni che in essa si intravedono. È l’esercizio necessario della vigilanza: si capisce che l’estate è vicina quando sul fico spuntano le foglie.

Spiare l’alba

Stiamo attraversando molte catastrofi, a cominciare da quelle naturali, per passare a quelle che riguardano i rapporti sociali, le tensioni internazionali, le guerre. I discepoli del Signore non godono di una speciale extraterritorialità: ci sono dentro e ne soffrono, come tutti.  Ma dovrebbero ricordare a sé e agli altri che la storia deve rendere conto al Signore della storia e che le sofferenze dei poveri e dei piccoli sono consolate dalla sofferenza dell’uomo del Golgota, povero e sofferente come loro. (Subito dopo la conclusione del “discorso escatologico”, Marco inizia il racconto della Passione). Insomma, discepoli dovrebbero “spiare l’aurora”, come dice uno splendido inno delle Lodi del mattino, di una liturgia monastica francese:

Guetteur de l’aube
à l’affût de Dieu,
sais-tu qu’il guette,
au plus noir de toi,
une aurore.
(Vedetta dell’alba/tu che fai la posta a Dio,/sappi che egli spia,/nella tua notte più profonda,/un’aurora).

Share.

Lascia un commento