I giovani martiri di Buta: il libro di padre Zacharie onora il loro ideale di fratellanza

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Testimoniare affinché non si dimentichi quanto successo. È questo il forte e importante impegno al quale si sentono chiamati Claude Minami, 35 anni, medico presso la Casa di Cura San Francesco di Bergamo, e padre Zacharie Bukuru. Far sì che quanto avvenuto quel lontano 29 aprile del 1997, in un angolo sperduto del vasto continente africano, non cada nell’oblio. Rendere nota una vicenda che li ha visti coinvolti in prima persona: la brutale uccisione di quaranta giovani studenti burundesi, tra i sedici e i ventiquattro anni, presso il seminario minore di Buta.

Ordinato loro dagli aggressori di separarsi in base all’etnia – gli Hutu da una parte, i Tutsi dall’altra – i ragazzi rimasero insieme, scegliendo di morire piuttosto che tradire il loro ideale di fratellanza. All’epoca della guerra civile, dottor Claude, uno dei sopravvissuti, aveva solo 13 anni. Padre Zacharie era invece il rettore del seminario e sull’episodio ha scritto un libro, la cui traduzione italiana, dopo le stampe in francese e inglese, verrà presto pubblicata. A curarla, gli studenti del Liceo Sant’Alessandro di Bergamo e la loro prof. Marta Recalcati.

 

 

Padre Zacharie, questa vicenda ci porta nel lontano e dilaniato Burundi..

Situato nell’Africa orientale, pur non possedendo ricchezze minerarie notevoli, il nostro paese è la porta d’accesso alla regione congolese del Kivu. L’importanza logistica del Burundi, perciò, non passò inosservata ai colonizzatori tedeschi e belgi, i quali per mantenere il potere non fecero altro che fomentare le rivalità tribali. Anche dopo la conquista dell’indipendenza, maturata nel 1962, la situazione era tutt’altro che rosea. Il passaggio da regno a regime pluripartitico, attraverso la parentesi repubblicana, ha lasciato dietro di sé una lunga striscia di sangue e terrore. Le lotta per il potere ha accentuato l’odio tra i Tutsi, circa l’84% della popolazione, e la minoranza Hutu, in una logica, quella burundese, in cui la vendetta è un valore positivo.

 

In questo clima di guerra civile, che ruolo aveva il seminario di Buta?

Il seminario di Buta rappresentava una particolarità, in cui non valeva alcuna differenza etnica. Un’isola di fratellanza in un mondo in cui si predicavano ideali sbagliati. L’odio e la violenza della guerra, in totale opposizione a quanto insegnavamo a scuola: la speranza, l’amore e la fraternità. Assieme ai professori, avevamo lavorato a lungo per tenere il gruppo unito, annullando qualsiasi differenza e facendo capire ai ragazzi che eravamo lo stesso popolo, dalla medesima lingua, culture e fede. Le attività erano essenzialmente comunitarie. Dalla preghiera allo sport, passando per il lavoro collettivo nelle fattorie, la danza e i dibattiti su temi di attualità. Insomma, eravamo un’isola felice.

 

Fino al 29 aprile del 1997…

Una data che non potrò mai dimenticare. Con le prime luci dell’alba, un gruppo militare, guidato da una donna, arrivò a Buta, dopo aver varcato il confine tanzaniano. Erano 2.000 uomini, tutti armati. Gli studenti del seminario, all’epoca, erano circa 250, divisi in due dormitori. Uno era per i ragazzi delle medie. L’altro, invece, riservato agli alunni  più grandi, dai 15 ai 24 anni di età. I militari, entrati nei dormitori,  iniziarono a sparare a raffica con i mitra e i ragazzi si rifugiarono sotto i letti. Le due stanze erano sostanzialmente grandi camerate con letti a castello. C’era una solo porta. Gli studenti furono così stanati facilmente. Venne loro ordinato di diversi tra Hutu e Tutsi, pena la morte. I ragazzi, nonostante le minacce e le percosse, rifiutarono di separarsi in quanto fratelli. I soldati spararono nel mucchio. Morirono così quaranta giovani, mano nella mano, proclamando fino alle fine di essere tutti fratelli burundesi, figli di Dio.

 

Lei, Padre Zacharie, dove era al momento?

Nella mia abitazione, nell’ala riservata ai professori, e mi rifugiai dentro al magazzino, dietro la camera da letto. I soldati aprirono il fuoco e incendiarono il locale, ma la porta di ferro resistette. Così riuscii a sopravvivere. Quando uscii, in tarda mattinata, trovai i corpi dei miei alunni massacrati. Non ero riuscito a proteggerli come avevo promesso loro, ma vedendoli morti, da martiri, sentii una grande forza dentro di me.

 

Anche lei, dottor Claude, riuscì a sopravvivere?

Avevo 13 anni all’epoca ed ero tra gli alunni più piccoli. Quando i soldati entrarono ci rifugiammo sotto i letti, ma nascosti lì eravamo facili prede. Decidemmo così di calarci dalle finestre, usando come corde le lenzuola. I militari, accortisi del nostro tentativo, intensificarono il fuoco. Dovevamo scappare per vie traverse. Assieme ad altri tre ragazzi, corsi a perdifiato lungo le scale. Non so come, ma riuscimmo a salvarci. Trovammo rifugio nei campi, rannicchiati in un fosso. Tra i miei compagni ero l’unico Tutsi, così i tre Hutu mi presero in mezzo per difendermi. Rimanemmo nascosti un bel po’. Sentivamo che i soldati erano vicini, ma fortunatamente non ci trovarono.

 

Padre Zacharie, l’isola di Buta è stata così sommersa dal mare d’odio?

No. Seppellimmo subito i martiri, e fu proprio da loro che ricavammo la forza di andare avanti, continuando a seguire i nostri ideali di fratellanza. Buta riaprì qualche settimana dopo il massacro.

Costruimmo una cappella e il luogo divenne simbolo di  pacificazione e amore fraterno. Ci sono tanti pellegrini che giungono qui da ogni dove. Buta dà una forza speciale. Aiuta tutti coloro che soffrono. Io ci restai fino al 2000, poi vissi un periodo lontano dall’Africa, in Francia, e lì scrissi il libro per rendere nota la vicenda. Ora sono tornato in Burundi, dove nel 2005 ho fondato il primo monastero del paese, a Buta. La situazione è ancora complicata ma in nome di quei giovani martiri trovo la forza di andare avanti.

 

Lei invece, dottor Claude? Anche la sua vita è cambiata..

Ero un ragazzino. Come normale per l’età, avevo svariate idee sul mio futuro. Mi sarebbe piaciuto diventare giornalista o avvocato. L’esperienza di Buta mi ha aiutato a capire quanto la vita umana sia fragile. Mi sono sentito chiamato da Dio, in nome di quei miei compagni morti, per diventare medico. Il cammino non è stato semplice. Sono andato via da casa, ho studiato in Algeria e Francia. In Italia ci sono arrivato, con una borsa di studio per medicina tropicale a Brescia. Da qualche anno vivo e lavoro a Bergamo. Ho fondato un’associazione tra i burundesi in Europa e torno in patria periodicamente. In Burundi ho lavorato per un certo periodo come medico, ma decisi di venire via. Curare le ferite di quegli stessi militari che spararono contro me e i miei compagni a Buta e sapere che sarebbero pronti ad aprire il fuoco ancora, se fosse ordinato loro di nuovo, era troppo per me. In Italia mi trovo bene e sento che, con il lavoro che svolgo qui, posso onorare al meglio la mia vita e, soprattutto, quella dei quaranta giovani martiri di Buta.

 

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