“Essere lievito e sale nella pasta”: un nuovo sguardo all’incontro catechisti

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Cambiano i tempi, cambia il modo di attuare la catechesi e cambia la formazione dei catechisti. L’ha sottolineato fratel Enzo Biemmi al convegno dei catechisti e l’ha evidenziato anche il modus operandi dell’incontro diocesano. Molti sono i catechisti che hanno scelto di partecipare e ai quali è stato proposto di scegliere tra diverse attività. Nella prima parte dell’incontro, l’attenzione si è focalizzata sulle varie modalità di sviluppare un incontro di catechesi tramite l’interpretazione pittorica, il teatro e il Vangelo. Il primo momento è stata anche l’occasione per approfondire aspetti importanti riletti nella lettera pastorale del Vescovo e concentrarsi sul problema vocazionale di cui la maggioranza dei ragazzi sembra essere affetta.

Nella seconda parte dell’incontro diocesano ha preso parola fratel Enzo Biemmi iniziando il suo intervento con una provocazione forte e ben precisa: “L’iniziazione cristiana è malata?”. Una domanda che porta immediatamente la riflessione al contesto storico in cui viviamo e al comportamento che la catechesi deve assumere in risposta.
“Fare i catechisti è una passione in entrambi i sensi –esordisce fratel Enzo strappando i sorrisi dei presenti in Auditorium-. Molte delle nostre energie si incanalano nell’iniziazione cristiana, ma non otteniamo il risultato sperato perché i ragazzi, finito il loro percorso, se ne vanno. È tutta colpa della catechesi? No, siamo in un cambiamento d’epoca come suggerisce papa Francesco”.

Analizzando la società del 1960, una società di monocultura, essere cristiani era un fattore sociologico. C’erano delle coincidenze tra società e fede che portavano le persone a professare il Credo cristiano e tutta la vita modellava i fedeli, mentre la parrocchia aveva il compito di tenerli vivi. Il ruolo del catechista era quello di educare i più piccoli alla fede tramite la dottrina, un catechismo che verteva attorno all’insegnamento dei tratti del Credo cristiano. Immaginando la futura società del 2060, caratterizzata dalla biodiversità, essere cristiani sarà una scelta immersa nella pluralità delle proposte. Per una parrocchia saranno importanti, se non decisive, le relazioni che riuscirà a instaurare in una comunità eterogenea che presenterà diversi modi per vivere il cristianesimo. La catechesi, invece, dovrà puntare sulla sperimentazione della vita cristiana portando ragazzi e adulti a vivere esperienze significative.

“Ora siamo in una fase di transizione –afferma fratel Enzo-. La situazione odierna deriva da un miscuglio tra tradizioni e scelta. Molti praticano gesti religiosi per abitudine, un esempio può essere la coppia di conviventi che chiede il battesimo per il proprio figlio. D’altro canto, la fede diviene più consapevole e l’iniziazione cristiana verte sull’esperienza della comunità. È importante la modalità con cui si accolgono le persone. Ciò che stiamo vivendo è un passaggio dalla fede di convenzione alla fede di convinzione”.

In una fase di passaggio del genere è fondamentale educare i più giovani al senso di comunità, incentrando l’attenzione sull’aspetto kerigmatico dell’esperienza. Ciò che rimane ai ragazzi, infatti, non sono tanto gli insegnamenti, ma le emozioni che provano nel vivere l’esperienza proposta. “Il messaggio implicito che deve passare è ‘Gesù ti ama’ –prosegue fratel Enzo-. All’inizio, noi cristiani eravamo sale e lievito nella pasta, una minoranza nella società. Per molto tempo siamo stati la ‘pasta sociologica’ ed eravamo in maggioranza. Ora torniamo a essere lievito e sale nella pasta, ma ben consapevoli del nostro ruolo”.

A chiudere l’incontro diocesano dei catechisti è stato l’intervento del Vescovo Francesco Beschi che ha ricordato come la comunità cristiana sia una comunità convocata. “Vocazione è una parola delicata e difficile da pronunciare. –ha spiegato il Vescovo – Essa è la profondità della vita di tutti, credenti e non. Essere catechisti significa avere risposto a una chiamata perché è il Signore a chiamarci per la sua Chiesa. La vostra generosità è interpellata dal Signore”.

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1 commento

  1. silvana messori on

    Debbo dire, che vedere di sottofondo quelle “pitture” di Arcabas, di cui io feci l’ultima delle mie esperienze catechistiche, mi da una stretta al cuore! Quando nella nostra comunità ne siamo stati protagonisti e non solo per i catechisti, sono passiti ormai 17 anni! Nel mezzo vi è stato un altro grande evento per la nostra Diocesi: il Sinodo! Ogni momento ed ogni passaggio in crescita spirituale e conseguentemente di interiorizzazione nell’essere cristiani, è fissato nella mia mente e che poi andava a riflettersi nelle relazioni umane! Nei momenti più duri, nel voler portare già allora i cambiamenti di mentalità nell’approccio, soprattutto fra chi veniva ad usufruire della “catechesi” e chi invece ne veniva delegato a professarla, una cosa soprattutto mi ha segnato nel mio cammino: Noi catechisti, non eravamo “gli insegnanti”, ma solo dei coordinatori! Il camminare insieme ai ragazzi, ai loro genitori, e a tutta la comunità intera composta da anziani, giovani e persone atee o di altre culture o religioni, non lasciando fuori dalla porta nessuno, non facendo categorie ma semplicemente individuandone i cammini da percorrere insieme… mai da soli! Ecco così, per chi veramente ha vissuto interiorizzando nel profondo ciò che la società tutta oggi richiede, è che tutti possiamo e dobbiamo essere catechisti… per sempre! Vivere da cristiani fra le persone più disparate…ed un ragazzo o un bambino che si approccia alla conoscenza di un Amico(Gesù), lo intuisce subito se chi te lo indica, è affidabile e a cui puoi credere…. e non solo a parole!

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