La storia “inverosimile” del Natale. Che senso ha ripeterla oggi

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Di nuovo Natale. I cristiani tornano a raccontare gli eventi meravigliosi nei quali Dio, il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, si rivela nascendo bambino e diventando “il Dio con noi”.

La coerenza paradossale del racconto natalizio

La storia del Natale è mirabilmente coerente. Inizia a Nazaret, da dove non può venire nulla di buono (è quello che dice Natanaele, vangelo di Giovanni 1, 46), piccolo villaggio sconosciuto con meno di 200 abitanti. L’angelo entra nella casa di una ragazzina, poco più che adolescente: “concepirai e darai alla luce un figlio”, dice a lei che “non conosce uomo”. Poi la ragazzina corre a fare visita a una parente, Elisabetta, vecchia e senza figli, che aspetta però, anche lei, un bambino. Due donne, una ragazzina che non conosce uomo e una donna vecchia che non può avere figli: in loro, dove non c’è ancora o dove non c’è più vita, Dio suscita la vita. Tutto è inatteso, sorprendente, in questa storia.

Quando l’atteso, il Benedetto, nasce, nasce fuori casa e i primi a visitarlo sono degli straccioni, ladri e marginali: i pastori. Poi arrivano altri marginali: i magi, stranieri e pagani.

Insomma, in questa storia, tutto è sorprendente. Si trova vita dove non c’è vita, si trova Dio dove il Dio dei padri non è onorato. Siamo davvero nelle periferie dell’uomo (così ama ripetere papa Francesco). Solo che le periferie, nella storia paradossale del Natale, diventano il centro di tutto.  Le strane preferenze del Dio Bambino!

Il Dio bambino e noi fragili come il bambino

Che senso ha ripetere, ancora una volta, questa straordinaria storia? Che senso ha ripeterla oggi? Il Dio del Natale si offre a noi come bambino, dunque fragile, debole. Vive perché qualcuno gli dà la vita e ve lo conserva. Il bambino riceve tutto e di quel tutto vive. Quel Dio lì dice ai suoi amici che se lui è bambino, loro, i discepoli, devono prendersi cura soprattutto di coloro che sono come lui: che si trovano nella fragilità, nella debolezza, bambini, o come bambini. Il vangelo li chiama i “nepìoi”, i “senza parola”: non parlano ancora, oppure parlano ma senza la forza di farsi ascoltare, come fossero muti, bambini, senza parola, gli straccioni di casa che non sanno parlare, o gli straccioni lontani che nessuno sente. Quelli devono essere i primi interlocutori. Il Natale deve emigrare nel mondo intero, tutto il mondo deve diventare Betlemme.

Intanto, però, i discepoli del Dio bambino si accorgono che anche loro si stanno infragilendo. Sono meno forti di un tempo, sono più pochi, fragili nel corpo e nell’anima, peccatori. Il Natale è anche il loro Natale: il riconoscimento onesto di quello che sono e il prendere atto che quello che di grande annunciano e danno non è cosa loro. La compagnia del Dio Bambino è soltanto, rigorosamente soltanto, dono suo. È il dolcissimo paradosso del Natale: il più grande annuncio che noi cristiani possiamo dare è che non siamo noi a dare. Buon Natale.

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