Strano Dio che, prima di nascere in una stalla, parla nel deserto

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Foto: una veduta del deserto di Giuda, vicino all’Herodion

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto (Vedi Vangelo di Luca 3, 1-6. Per leggere i testi liturgici di domenica 9 dicembre, seconda di Avvento “C”, clicca qui).

Dio e Giovanni, il cielo e il deserto

Il vangelo di Luca è già iniziato: siamo al capitolo terzo. Nei capitoli precedenti ha raccontato gli eventi della nascita e dell’infanzia di Gesù. Adesso si appresta a raccontare la “vita pubblica” di Gesù e inizia con la predicazione del Battista, poi con il battesimo al Giordano, poi le tentazioni del deserto. In questa svolta importante del racconto Luca si preoccupa di collocare i fatti nella cornice storica del momento. La storia profana è dominata dal padrone politico del paese che è l’imperatore di Roma, Tiberio.

Le regioni in cui si svolgono i fatti che poi il vangelo narrerà sono la Giudea, al sud, dove si trova Gerusalemme e dove governa Pilato e la Galilea, al nord dove è re Erode Antipa, figlio di Erode il grande, quello che regnava ai tempi della nascita di Gesù, quello dei magi e della strage degli Innocenti. Luca cita anche i sovrani (detti “tetrarca”, cioè signore di una parte soltanto di un regno) delle regioni confinanti: Filippo, anche lui figlio di Erode il grande e Lisania. L’evangelista non dimentica neppure le autorità religiose: Anna e Caifa.  Questo è il “quadro storico”.

In questo quadro “la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”. È una inattesa convergenza dei contrari: Dio e Giovanni il Battista, il cielo e il deserto. Le “periferie” – uno sconosciuto profeta e il deserto – diventano il centro di tutto. Il Battista annuncia la necessità di cambiare vita e quella necessità viene “tradotta” in un gesto, un bagno simbolico: il battesimo.

Il deserto: non tanto ciò che dobbiamo fare noi, ma ciò che ha fatto Lui

Bisogna uscire da se stessi per ritrovarsi. Questo, mi sembra, l’insegnamento paradossale del vangelo di oggi. Il centro si trova nel posto più decentrato: il deserto.

Spesso si interpreta questo simbolo biblico in termini morali: bisogna “fare deserto”: ritrovare il silenzio, rinunciare alle cose superflue… Ma il deserto è un simbolo molto più impegnativo. Prima di dire che cosa dobbiamo fare noi ci dice che cosa ha fatto Lui, il Signore. La sua Parola, dice Luca, è arrivata (“è avvenuta” dice la traduzione letterale del termine greco) proprio sul quel profeta e in quel luogo. Dio, cioè, arriva nelle zone periferiche, fragili, introvabili della nostra umanità.

Per drenare tutte le nostre debolezze, incomincia a farle sue. Prima di nascere in una stalla, parla nel deserto. Singolare coerenza, stile inimitabile del Dio bambino.

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