Viaggi, vaccini e malattie: quanti stereotipi sui gatti. «Non si possono trattare come oggetti»

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Penso di aver ereditato l’amore per i gatti da mia zia Cati, amore che mi sono portata dietro anche nei miei due anni di permanenza a Tunisi. Per il mio primo compleanno passato lontano dalla famiglia, come regalo domandai a mio marito, con grande stupore di suocera e familiari, nientemeno che un gatto: così Loulou entrò a far parte della famiglia, adottata da una volontaria che recuperava i gatti randagi dalla strada. Purtroppo sei mesi dopo scappò e non la ritrovai più. Ma il destino ci mise la sua zampa e il compleanno successivo accettai di tenere in stallo due gatte, Betty ed Emy, che per cinque mesi erano state in gabbia dal veterinario, in attesa di sistemazione. Emy dopo qualche giorno trovò subito una nuova casa, mentre per Betty ancora non si era fatto avanti nessuno. Intanto dopo i primi giorni di spaesamento, in cui era difficile avvicinarsi e coccolarla perché non abituata al contatto umano, saliva sulle mie gambe in cerca di coccole e mi seguiva ormai dappertutto. Come potevo farla adottare da qualcun altro? Così io e mio marito decidemmo di tenerla e qualche settimana dopo si unì Mici, un gattino infreddolito e miagolante trovato nelle scale del condominio in una sera di vento e pioggia. Anche il marito, che all’inizio era scettico, alla fine si era affezionato alla loro presenza. Quando seppi di essere incinta, andai nel panico: sapevo di non aver mai fatto la toxoplasmosi, di esser perciò a rischio. Speravo che la dottoressa tranquillizzasse il marito dicendo che dopotutto era più semplice prenderla maneggiando carne cruda o mangiando verdure non lavate bene, invece no: “Signora, deve buttare il gatto, è pericoloso”. Buttare il gatto, come se fosse un oggetto? Non se ne parlava! Sotto pressione dei familiari, e malgrado avessi contattato anche la mia dottoressa in Italia che mi aveva tranquillizzata al riguardo, dicendo che dovevo solo prendere alcune precauzioni ma i gatti potevano tranquillamente restare con noi, dovetti portare Betty e Mici di nuovo dalla veterinaria, in gabbia. Non potevo non pensare ai tanti animali abbandonati solo per l’arrivo di un neonato. In qualche caso potevano esserci delle valide ragioni, ma nel mio? Nel mio caso c’era solo malainformazione. Riuscii fortunatamente a convincere il marito – e a mentire al resto della famiglia dicendo che erano sempre dal veterinario, bugie a fin di bene – e così dopo una settimana li portai di nuovo con me a casa. Ma l’odissea non era finita: avevamo deciso di rientrare in Italia, e mica avrei potuto abbandonarli… così iniziai la lunga trafila, tra vaccini antirabbia, prelievi del sangue, analisi varie, microchip affinché potessero essere a posto per il viaggio. Ricordo la mia collega tunisina, anche lei grande amante degli animali, felicissima di questa scelta, dicendomi che non era da tutti portarseli dietro. A me invece sembrava scontato, ormai facevano parte della famiglia! Una famiglia che due anni fa si è allargata con l’arrivo di Elyssa, che, abituata sin dalla nascita alla loro presenza, tra qualche dispetto e tante coccole, sta imparando l’amore per gli animali.

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