Young’s, la Chiesa di Bergamo riparte dai giovani: il primo focus group a Scanzorosciate

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Quindici adulti seduti intorno ad un tavolo, per ragionare e confrontarsi sulla dimensione giovanile nella nostra comunità. E’ questo lo spirito che ha contraddistinto la riunione del focus group, tenutasi nella serata di giovedì 29 novembre all’oratorio di Scanzorosciate, in relazione al percorso “Young’s”, il viaggio nelle realtà dei giovani tra i 20 e i 30 anni promosso dalla Diocesi di Bergamo in collaborazione con l’Università degli studi di Bergamo. All’incontro hanno partecipato adulti impegnati a diverso titolo nella vità della comunità del paese dell’hinterland, con l’obiettivo di portare il proprio contributo anche in relazione alle loro esperienze, chi in qualità di genitore (“Come si fa ad insegnare loro a stare in equilibrio, a non dimenticare gli elementi trasversali che ti costituiscono come persona?”), chi in qualità di laico attivo in parrocchia e in oratorio, chi come sacerdote (“Da adulto faccio una promessa di vita buona ai più piccoli, ma si tratta di una promessa ambiziosa, in quanto non è facile trovare gioia nella vita. Mi chiedo spesso se sono capace di essere fedele in questa cura nei confronti dei giovani”), chi impegnato nel mondo dell’associazionismo (“A livello di comunità è importante coinvolgerli nelle attività, facendo sentire che ci sei ma allo stesso tempo responsabilizzandoli”). Alla serata hanno partecipato anche il vescovo Francesco Beschi, don Emanuele Poletti, direttore dell’Upee e don Cristiano Re, direttore dell’Ufficio per la Pastorale Sociale e del Lavoro della Diocesi di Bergamo. “Questa serata rappresenta il passo di un cammino che stiamo facendo da più di un anno su impulso del Sinodo e che il nostro vescovo ha sposato appieno con la lettera pastorale- ha sottolineato don Emanuele Poletti, introducendo la serata- l’anno scorso siamo stati in ascolto dei giovani della nostra diocesi in merito alle loro riflessioni, alla loro mentalità e abitudini in relazione a questioni come il lavoro, la fede, le relazioni, il tempo libero. L’ascolto però non può rimanere fine a se stesso, ma ha bisogno di diventare pianificazione. Per questo abbiamo deciso di proporre agli adulti un’occasione, attraverso i focus group, di riflettere intorno alla domanda: “I giovani sono questi, cosa facciamo?”. L’idea è di rileggere alcune riflessioni per domandarci “Il Signore cosa ci sta chiedendo?”. Ce lo chiediamo da adulti, da genitori e da preti. Spesso le ricerche sui giovani hanno titoli negativi, mentre noi dobbiamo essere capaci di uno sguardo positivo: il cristiano è uomo di speranza, di futuro e per questo intendiamo continuare questo esercizio, con uno sguardo bello e buono nei confronti dei giovani”. Le parole-chiave attorno a cui si è sviluppata la riflessione sono state “fedeltà” e “flessibilità”, temi  che sono emersi in tutti i campi di ricerca. La flessibilità riscontrata dai giovani spesso si lega al lavoro, in quanto i loro genitori hanno fatto magari lo stesso lavoro per tutta la vita, mentre per loro è facile che non sia così; flessibili sono anche le relazioni, con una velocità di spostamento sia fisico che relazionale in rapporto al mondo social. Nel contesto odierno, infatti, i giovani sono chiamati a reinventarsi continuamente, cambiando diversi lavori nella loro vita: la flessibilità fa dunque parte della loro quotidianità, cosa che gli adulti spesso fanno fatica a comprendere o accettare. “Vivo queste riflessioni, queste storie accorgendomi di cosa voglia dire il passare degli anni – ha spiegato il vescovo Beschi – non faccio fatica a riconoscere una distanza temporale, con cambiamenti vistosi, tra cui questa abitudine dei giovani ad esplorare. La flessibilità è propria del loro modo di essere: anche nella mia giovinezza è stato così, la vedevo come una risorsa e mi meravigliavo che negli adulti non ci fosse. Nella mia famiglia ho avuto la possibilità di vederla riconosciuta, ma si trattava di un contesto molto diverso. Oggi mi preoccupa vedere nei giovani qualche rigidità, una durezza non solo nel comportamento esteriore, ma una durezza interiore, più che convincimenti forti. Non mi è mai stato difficile ascoltare, ma questo richiede flessibilità: un timpano rigido, che soffre di artrosi, provoca infatti sordità. Ritengo questo una grande ricchezza, ne avverto l’indispensabilità, ma vi è anche un po’ di stanchezza nell’ascoltare”. Da un lato la flessibilità, dall’altro la fedeltà: iperconnessione, frenesia e frammentazione del tempo e degli incontri non impediscono ai giovani di ritagliarsi spazi e relazioni capaci di fare sintesi e di dare senso nella complessità. La fedeltà di cui i giovani sono capaci è dunque nei confronti delle persone che sanno dimostrarsi presenti e autentici compagni di viaggio: amici, fidanzati, colleghi e anche la famiglia. Una predisposizione d’animo che chiama in causa tutta la comunità e i suoi rappresentanti, come sottolineato dal vescovo Beschi: “Il modo migliore per essere fedeli è cambiare: la flessibilità non è alternativa alla fedeltà. Una delle cose che viene richiesta al vescovo è che ci sia, ma cosa vuol dire esserci? Non solo fisicamente, ma esserci anche nel cambiamento: la fedeltà è questo. Io vivo della fedeltà di Dio e questo mi dà molto, consentendomi di esserci nella vita delle persone che mi sono affidate”.

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