Conflitti umani

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“Don, come mai adesso quando leggi certi post provocatori nei tuoi confronti o quando nelle riunioni ti lanciano qualche frecciata non rispondi più come una volta e addirittura resti in silenzio? Dai don, non ne lasciavi cadere una.. sarai mica invecchiato!!”. “Eh sí, non ho più trent’anni, i prossimi ormai saranno trentacinque… anche i capelli ora non sono solo meno rossi, ma anche “meno” e basta!!!”. Risata collettiva, poi, con i giovani con cui sto chiacchierando, si inizia a parlare seriamente.

Si deve abitare il conflitto, non fuggirlo

È uno di quei momenti stupendi che nascono per caso ma ti permettono di parlare con i tuoi ragazzi a cuore aperto, di ascoltarli, di confrontarti sulle questioni serie del vivere. E qui la questione è seria, serissima, perché incrocia il tema delicato della dimensione conflittuale dell’esistenza.

Il conflitto fa parte della nostra vita, è costitutivo di questa, anche solo perché, grazie a Dio, non tutti la pensiamo, su tutto, allo stesso modo. È la benedizione della diversità. Il conflitto, quando è serio, non va evitato, ma abitato. Scappare dalla conflittualità che ci caratterizza, soprattutto quando, come per noi sacerdoti, si riveste un certo ruolo sociale nelle comunità e si è chiamati a prendere decisioni, significa fuggire dal confronto.

Oppure si finisce per non decidere mai nulla, nell’illusione che in questo modo la conflittualità diminuisca: al contrario, questa scelta alimenta la confusione e il livello di conflitto aumenta, perché anche la scelta di non decidere si configura come una scelta.

Il conflitto deve restare umano

Ragionando con i ragazzi, sono partito da un post che un amico mi aveva inviato, che recitava così: “E tu cosa prendi per sentirti meglio?” “Le distanze”. Ora, non sono amante delle frasi fatte e degli slogan, che rischiano di dire tutto e niente, ma queste parole mi hanno fatto pensare. Mi hanno ricordato le parole sagge di don Tarcisio, mio primo parroco a Telgate, che diceva : “Ricordati Alberto, che esistono i distinti saluti e i distanti saluti”.

Questo per dire un concetto verissimo, che ho impiegato anni per iniziare a comprendere: la dimensione del conflitto deve essere umana, altrimenti è solo distruttiva. Cercare la verità delle cose, delle questioni pastorali, delle diverse situazioni che si presentano è un dovere che ci viene dal Vangelo. Confrontarci anche, sebbene il confronto non significhi, come talvolta tendiamo a pensare, che l’altro debba per forza giungere a pensare come me.

Qualche volta è necessario fermarsi

Tuttavia, quando si prende coscienza del fatto che il conflitto è per partito preso, quando è evidente che quella tal affermazione è contestata perché a pronunciarla è stata quella persona e non perché quanto ha affermato sia errato, si ha il dovere morale di fermarsi. Continuare significherebbe creare ulteriore tensione, inutili fazioni e cadere in un circolo vizioso di botta/risposta che non fa bene ad alcuno.

Mi convinco sempre più che prendere le distanze da chi vuole il conflitto per ferire, ma non per cercare la verità, è necessario. Faccio mio il consiglio che mi diede un uomo grande la vigilia della mia ordinazione sacerdotale: “Alberto, mi raccomando, ascolta tutti, rifletti bene, ma quando decidi, decidi!”.

È il bello dell’invecchiare: tornano alla mente le parole sagge di chi ci ha voluto bene e che, finalmente, cominciamo a comprendere. Un po’di saggezza in più val bene qualche capello rosso in meno, no?

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