Le icone in mostra a Gandino. Il Mandylion, il “Salvatore non dipinto da mano umana”

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Proponiamo da oggi a partire dal “Mandylion” una serie di approfondimenti dedicati alla mostra “Iconae Mariae. Il volto di Dio nelle icone della Madre” in corso al Museo della Basilica di Gandino fino al 3 marzo. La mostra è aperta venerdì, sabato e domenica dalle 14,30 alle 18,30. Aperture e visite guidate in settimana solo su prenotazione: segreteria.museo@gmail.com 3485163905, www.museobasilica.com. Il testo che presentiamo, a cura di Stefania Verità, è estratto dal catalogo dell’esposizione.

L’immagine del Mandylion è la prima raffigurazione di Cristo di quando egli era in vita e l’origine della tipologia iconografica del “Salvatore non dipinto da mano umana” è legata principalmente a due narrazioni apocrife. Nell’antica Russia e poi nella Russia moderna, ebbe grande diffusione il racconto della guarigione miracolosa del re di Edessa Abgar. La leggenda racconta di Abgar, re di Edessa, ammalato di lebbra; avendo sentito che Cristo faceva miracoli, gli inviò il suo servo Hanan affinché lo conducesse a lui. Il servo trovò Gesù circondato dalla folla e non potendo avvicinarlo, salì sul sasso e incominciò a farne un disegno. Vedendolo, Cristo prese un recipiente d’acqua, si lavò e si asciugò con un telo dove, in modo miracoloso, rimase impressa l’immagine del suo volto che egli mandò ad Abgar promettendogli di inviargli entro breve anche un discepolo. Ricevuta l’immagine, il re guarì dalla malattia ma non fu guarito il suo viso. Dopo la Pentecoste, giunse da lui l’apostolo Taddeo che lo guarì definitivamente e lo battezzò. Il re attaccò il telo con l’immagine del Mandylion su una tavola e lo pose in una nicchia sopra la porta cittadina. Il pronipote di Abgar, tornato al paganesimo, voleva distruggere l’immagine del Mandolino, ma il vescovo la protesse con una tegola, vi accese davanti un lume e la nascose in un anfratto delle mura della città. Questo luogo rimase segreto e in seguito venne dimenticato; la santa immagine venne rinvenuta solo verso la metà del VI secolo. Inoltre, come racconta la leggenda, il lume aveva continuato a bruciare e l’immagine di Cristo si era impressa sulla tegola che chiudeva il lino. La prima traccia di questo racconto risale al IV secolo, ma la completezza narrativa si ha con uno scritto del X secolo di Costantino Porfirogenito. Questi scritti non vennero considerati canonici della Chiesa, tuttavia vennero ampiamente divulgati. Nella Russia l’immagine del Salvatore Acheropita giunse da Bisanzio ai tempi della conversione al cristianesimo.
Sono tre i Mandylion che si incontrano nel percorso espositivo ciascuno, però con la medesima carica spirituale dell’immagine del Cristo Acheropita, non dipinto da mano umana. La prima tavola, riccamente decorata e completata dalla raffigurazione dei quattro Evangelisti e dai dodici apostoli, si colloca entro le scuole della russia sud occidentale, fortemente influenzate dall’arte di Vetka, città dove operavano gli iconografi della comunità dei Vecchi Credenti (Raskolniki) che ebbero origine da uno scisma (Raskol) dei fedeli dell’antica tradizione russa alle riforme liturgiche promosse sotto il patriarca Nikon. Nelle tre icone è raffigurato il Volto di Cristo, i capelli sono divisi simmetricamente e scendono sui due lati del capo. La fronte è ampia, il naso lungo, gli occhi spalancati con le pupille asimmetriche, aperti in ogni direzione. La bocca piccola. Tutto esprime una regale bellezza, quella del Dio-uomo venuto sulla terra per salvare l’umanità. (…)
La piccola icona da viaggio, arricchita da una risa in argento lavorata a sbalzo, rappresenta un oggetto legato alla devozione personale, all’intimità della fede del credente ortodosso. Nelle sue ridotte dimensioni riesce a condensare tutta la forza dell’immagine del Cristo Acheropita senza tralasciare i dettagli iconografici. Di grande pregio la formella in terracotta proveniente, con buona probabilità, da una chiesa della Tunisia che raffigura il Mandylion e che si può far risalire al VI-VII secolo; la rappresentazione stilizzata del Cristo Acheropita contiene tutti gli elementi cardine che la successiva iconografia manterrà pressoché inalterati. Prodotta in serie, e quindi molto diffusa nella regione di Bizacena, questa tipologia di icona era usata come ornamento architettonico. Il Museo del Bardo di Tunisi ne conserva una simile. L’opera che chiude l’esposizione per le caratteristiche sia della tavola di supporto sia per la tecnica pittorica, è databile verso la metà del XVIII secolo ed evidenzia i caratteri di un lavoro più fedele all’antica tradizione concentrandosi sul viso intenso e profondo di Cristo. La prima icona russa con l’immagine del “Salvatore Acheropita” giunta fino a noi è quella conservata alla Galleria Tret’jakov di Mosca datata alla seconda metà del XXII secolo di cui è qui esposta una copia eseguita dai maestri della Scuola iconografica “Russia Cristiana” di Seriate.

 

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