Il carcere dei poveri. Don Fausto Resmini: i detenuti sono spesso emarginati, persone a cui nessuno pensa

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«Il carcere è il luogo di tante fedi. Il cappellano incontra tutti, indipendentemente dal credo: cerca di affrontare le situazioni di ognuno, soprattutto di chi vive le condizioni di maggiore marginalità». La luce del conforto arriva dalle parole, dalle riflessioni, dagli incoraggiamenti. Don Fausto Resmini è il cappellano del carcere di Bergamo dal 1992, ha vissuto da vicino il cambiamento di via Gleno – «Un cambiamento radicale», sottolinea il sacerdote – e ne conosce la vita quotidiana, dove il dolore si confronta con la speranza. «Quando ho iniziato quest’esperienza, il carcere era soprattutto popolato da persone legate all’esperienza del terrorismo o ai rapinatori seriali non di piccolo calibro. Quelle diverse stagioni si sono da tempo chiuse, oggi viviamo invece il carcere dei poveri. Il 45-50% dei detenuti sono persone a cui nessuno pensa: extracomunitari, poveri, emarginati», spiega don Resmini.

Cristiani, musulmani, atei. Il lavoro del cappellano è intessere relazioni con chiunque si trovi in una cella. «C’è bisogno di essere presi in carico al di là della fede. Il cappellano cerca di incontrare soprattutto chi è più in difficoltà, chi vive le condizioni di maggiore marginalità – sottolinea il sacerdote bergamasco -. Negli ultimi anni, è emersa sempre più la componente dei detenuti per violenze, coloro che hanno compiuto reati contro donne e bambini: sono i più esclusi all’interno della vita carceraria, vengono considerati dei reietti. Il cappellano cerca di affrontare le situazioni di tutti, indipendentemente dal credo, dalla nazionalità, dalla lingua, dalla povertà culturale». La fede vive di diversi momenti: «Un momento più personale, di preghiera intima, è quello che ciascuno vive nella propria cella o in sezione – prosegue il cappellano del carcere di via Gleno -. Poi c’è il momento del rito, la messa domenicale: e lì non partecipano solo i cristiani, partecipa chiunque voglia venire, anche i musulmani sono spesso presenti. Dobbiamo parlare di una fede che è fiducia: soprattutto nelle sezioni speciali (l’isolamento e i “protetti”, cioè i detenuti per reati contro bambini o donne oppure chi ha collaborato con la giustizia, ndr), l’esperienza cristiana si allarga a tutti, nel segno appunto della fiducia».

A piccoli passi, il legame tra carcere e città s’è rinsaldato. «Per ridurre le distanze», spiega don Fausto. Oggi il penitenziario non è più un luogo isolato, dimenticato. La rete che prova a offrire una nuova opportunità a chi ha sbagliato e vuole ripartire si è arricchita di nodi di speranza. «Nel carcere di Bergamo, la città è entrata fortemente – commenta il sacerdote -. Questo si traduce nel favorire percorsi di reinserimento, nel costruire opportunità lavorative portate avanti soprattutto da cooperative. Certo, ci sono ancora passi avanti da compiere, perché resistono i preconcetti. E la questione del reinserimento è ampia. C’è il lavoro, ma c’è anche il bisogno della casa, o la povertà delle famiglie che si ritrovano con un carcerato che magari era l’unica fonte di sostentamento. Queste famiglie sono supportate dalla rete del privato sociale e dalla rete ecclesiale: Caritas, parrocchie, singoli sacerdoti. La Chiesa è protagonista seguendo il dettato evangelico. Il dialogo è prezioso, il reinserimento ha anche una finalità di prevenzione: chi ha la possibilità di ricominciare dopo aver riconosciuto e pagato il proprio sbaglio, poi tendenzialmente non commette più reati. Occorre far leva su questo, non sulla paura».

 

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