La giustizia riparativa. Ivo Lizzola: Bergamo è un terreno fecondo di buone pratiche

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Al centro c’è l’incontro tra vittima e autore di reato. Sullo sfondo, ma uno sfondo che allo stesso tempo è protagonista, c’è la comunità. La giustizia riparativa, la mediazione che prova a responsabilizzare chi ha compiuto del male e mira a ricostruire una relazione con chi da quel male è stato colpito, trova a Bergamo un terreno fecondo di buone pratiche. S’intrecciano i luoghi di cultura e di sapere, come l’Università degli Studi di Bergamo, l’impegno del mondo ecclesiale con Caritas che ha da tempo avviato un centro di giustizia riparativa, il lavoro quotidiano degli operatori sociali. «L’esperienza di Bergamo è preziosa e importante – sottolinea Ivo Lizzola, professore ordinario di Pedagogia sociale e di Pedagogia del conflitto, della marginalità e della devianza presso l’ateneo bergamasco -. Sono tantissimi i casi di mediazione affrontati in questi ultimi dieci-quindici anni e riguardano condizioni di conflitto, di offesa, di reato comune, anche grave. In questi incontri tra autori e vittime, si è evidenziata un’istanza fortissima da dentro il mondo del reato non solo di riscattare sé stessi oltre il male arrecato, ma anche un’istanza di recuperare in modo attivo il proprio rapporto con la vittima, in un’ottica di rigenerazione del legame, di riparazione dell’offesa, di recupero di una propria possibilità di essere risorsa buona e generativa dentro convivenza». È un percorso comune che trova nella volontà della vittima una base essenziale: «Nella vittima, è forte l’istanza di tornare sull’esperienza subita, di indagarne la verità, in un gioco di convivenza dentro una nuova capacità di fiducia».

«Queste esperienze si stanno diffondendo in tutta Italia, e chiamano in gioco anche il cambiamento culturale – prosegue Lizzola -. La comunità, che pure è ferita dai reati, non è innocente: ha responsabilità sia sugli autori, che non è riuscita a educare, sia sulle vittime, che ha lasciato esposte alla violenza e non ha difeso a sufficienza e che rischiano anche di essere vittimizzate». Grandi e piccoli reati sono affrontati nel lavoro silenzioso di tanti operatori. Da tre anni, l’Università di Bergamo ospita una Summer school dedicata al tema, organizzata in collaborazione con l’Ufficio Giustizia riparativa di Caritas Bergamo; la scorsa edizione è stata dedicata a un tema significativo, ai percorsi di giustizia riparativa nei contesti di mafia. «La giustizia riparativa, contrariamente a quanto si crede, non riguarda solo la microcriminalità. È un modo di affrontare la ferita, l’offesa, qualunque esso sia. Non è detto che sia più facile riparare un reato piccolo, rispetto a uno grave: dipende dai racconti delle memorie, dagli ascolti, dagli impegni reciproci. Di giustizia riparativa si parla sempre più e si stanno diffondendo pratiche diverse – rimarca Lizzola -, probabilmente perché la questione del conflitto o della rottura delle relazioni si sta manifestando oggi con una forza particolare».

Una nuova visione di giustizia prova ad affermarsi, con esperienze virtuose che chiamano gli autori di reato a guardare dentro di sé, a impegnarsi per restituire qualcosa alla collettività. «Penso all’istituto della messa alla prova, su cui l’Italia rappresenta uno dei contesti più avanzati – spiega Lizzola -. Si tratta di una pratica introdotta nel 1988, tra i cui fautori ci fu anche Gaetano De Leo, già docente all’Università di Bergamo (è scomparso nel 2006, ndr). La messa alla prova, che recentemente è stata allargata anche alla giustizia degli adulti per i reati con pena fino a quattro anni, permette di sospendere il procedimento penale e porta l’imputato a svolgere lavori di pubblica utilità e condotte riparative, permettendo l’estinzione del reato in caso di esito positivo del percorso. È un modo nuovo di costruire un rapporto, anche nel tempo, con le vittime, praticando una relazione riparativa nel contesto ferito. C’è però bisogno di risorse per portare avanti questi percorsi virtuosi».

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