Il pediatra, un mestiere difficilissimo: la febbre, i pidocchi e le paure delle mamme

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Mestiere difficile e delicato, quello del pediatra. Non solo i tuoi pazienti sono piccoli, fanno fatica a spiegarti cosa sentono, si chiudono a riccio appena ti avvicini, ti temono e un po’ pure ti odiano. No, non basta. Devi avere a che fare anche con i loro genitori, che in genere sono ben peggio. Perché le mamme e i papà cercano rassicurazioni, hanno più paura dei bambini ma non possono darlo a vedere, vorrebbero sostituirsi ai loro figli, spesso addirittura azzardano diagnosi più o meno improbabili.

E tu, caro pediatra, devi essere tante cose. Devi essere un bravissimo medico, uno psicologo, uno psichiatra, un comico, un mago, un grande oratore. Devi avere una pazienza immensa, una buona dose d’arte della persuasione, una capacità fuori dalla norma di rassicurare e dare forza. Ma anche una straordinaria voglia d’ascoltare. Perché sì, capisco che spesso le mamme esagerino: c’è chi ti chiama ogni tre giorni per due linee di febbre, chi ti tartassa per i pidocchi e chi va in ansia per il primo raffreddore del neonato. Ma che ci vuoi fare, non è facile fare i genitori. Veder soffrire il proprio bambino, anche per una semplice influenza, è qualcosa che si fa quasi fatica ad accettare.

Così ecco, torno alla mia esperienza, torno alla mia vita quotidiana di mamma. Con la premessa che io, per l’appunto, i pediatri li ammiro. Beh, da quando i miei figli sono nati di pediatre ne ho conosciute tre. La prima, quando mi presentai con il neonato primogenito di un mese, mi disse che avevo poco latte al seno perché lo attaccavo troppo spesso, perché non mi riposavo, perché dovevo farlo arrivare affamato alla poppata. In ospedale mi sgridarono e mi dissero di fare l’esatto opposto e io, madre alle prime armi, già intuii che non sarebbe stato facile barcamenarmi.

Cambiai pediatra e me ne capitò una bravissima. Pure troppo. Sei ore d’attesa per riuscire a entrare in studio (con appuntamento), visita lunghissima e iper approfondita. Soddisfatissima, ma una volta rimasta incinta della seconda figlia optai per un pediatra che mi consentisse di non dover prendere interi giorni di ferie per una consulenza. Così eccomi alla terza pediatra. Una buona via di mezzo, risponde al telefono se sei velocissima e intercetti la mezz’ora giusta concessa, molto rassicurante. Nel senso che in genere ti dice che va tutto bene, anche se tu sei convinta che tuo figlio poi così bene non stia.

Ma ogni mamma ne avrebbe parecchie da raccontare. C’è il pediatra che visita in cinque minuti e s’indispone se il bambino inizia a piangere, quello che ti fa sentire in colpa, quello che per lo svezzamento ti sottopone un planning che manco uno chef potrebbe rispettare alla lettera. C’è il pediatra che ti consola, quello che per star sicuri una visita in più la fa senza problemi a tuo figlio, quello che ti accoglie sempre col sorriso, quello che non ha orari ed è sempre disponibile.

E io continuo a pensare che fare il pediatra sia difficilissimo. Sarebbe bello che non si dovesse cercare col lanternino il “buon pediatra” ma che fossero tutti ottimi pediatri, ai quali affidarsi senza esitazioni. Non è una professione per tutti, ma è senza dubbio un lavoro splendido, nel quale il cuore va di pari passo con la competenza e l’esperienza. Ed è un peccato che, per pochi casi, si rischi a volte di perder la fiducia verso una categoria che svolge un mestiere così delicato, complesso, fondamentale e affascinante.

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