Preti, corresponsabilità e oratorio. La parola a Johnny Dotti

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Foto: Johnny Dotti

Pochi mesi fa, è stato pubblicato un testo di una persona che stimo molto: Johnny Dotti, padre di quattro figli, imprenditore sociale, pedagogista e docente presso l’Università Cattolica di Milano.

Un libro, cinque lettere

Il volume, già dal titolo, si prospettava di estremo interesse: Educare è roba seria. Corresponsabilità, oratorio, vocazione. Parole per il domani (EMI edizioni). La struttura dell’opera consta di cinque lettere che Johnny scrive ad altrettanti interlocutori: due genitori, una comunità, un sacerdote, un giovane, due nonni.

Incrociando queste categorie di persone, l’autore esplicita il suo pensiero sul tema dell’educazione nel contesto odierno, con affondi interessantissimi anche sul tema del sacro e dell’Oratorio. In particolare, vorrei soffermarmi sulla lettera che Johnny ha scritto al sacerdote, che ho percepito come rivolta direttamente a me e che mi ha arricchito molto a livello umano e spirituale.

Caro prete, ti scrivo

Anche qui, il titolo mi ha immediatamente incuriosito: Corresponsabili di un mondo che non abbiamo mai visto. Interessante, decisamente interessante. Il termine corresponsabilità, che tanto circola nelle nostre riunioni, nei nostri consigli e con il quale rischiamo di riempire le nostre affermazioni (come il termine “pastorale”, del resto) senza ben sapere di cosa si tratti, necessita di una seria riflessione. Il pedagogista bergamasco la propone ripetutamente e a molteplici livelli nel suo testo.

Qui, in particolare, vorrei condividere le splendide pennellate che Johnny mi ha regalato nel suo tentativo (riuscito!) di “definire” il prete. Innanzitutto, il prete è “mediatore tra le persone e l’esperienza dell’Eterno, del Mistero, dell’Infinito, che poi altro non sono che alcuni nomi di Dio”.

Perché questo sia possibile, suggerisce Johnny, è necessario che proponga esperienze oggi sempre più rare: “il raccoglimento, il silenzio, lo stupore di guardare le stelle, la vicinanza, l’ascolto”. Mi rinfrancano molto queste riflessioni, proposte da un papà innanzitutto, prima che da uno studioso, perché colgono l’essenza del nostro ministero.

Vedo fortemente il rischio, oggi, di vedere il prete come un educatore professionale, o un amico con cui chiacchierare dinanzi a pasti abbondanti, uno pseudo-psicologo e, talvolta, un baby-sitter che dovrebbe esserci sempre per tenere d’occhio chi va e chi viene dall’Oratorio, mentre trascorre le sue giornate a giocare o chiacchierare al bar. No, il prete non è questo.

Ma, allora, chi è il prete e a che serve l’oratorio?

È colui che, in una relazione profonda con la sua gente, fatta di una presenza significativa e cordiale, sappia dire Dio con la sua vita, testimoniando la bellezza della sequela. Certo, il prete deve stare con la sua gente, ma non da manager, come ricorda Dotti: piuttosto, deve esserci come persona che custodisce lo Spirito, che fa emergere lo Spirito da questo mondo che pare scacciarlo dai propri orizzonti.

A questo punto Johnny Dotti interviene sulla questione dell’Oratorio, che non è innanzitutto da restaurare, ma da rigenerare. L’Oratorio di oggi non è quello di decenni fa: oggi quel modello non ha più senso. Oggi occorre rinascere, seguendo un’operazione di rigenerazione spirituale, per essere lievito del mondo, come ci è richiesto dalla fede cristiana che ci anima. Oggi, ricorda l’autore, catechismo, teatro, CRE, ecc. non bastano più: occorre guardare alla realtà e cogliere la vocazione che vi è inscritta. Senza questo faticoso ma necessario lavoro di discernimento, non avrà origine alcuna corresponsabilità.

Insieme, preti e laici, siamo chiamati, insieme ai nostri ragazzi, a “creare le condizioni per cui Dio trovi casa nelle nostre comunità”.

Un grazie di cuore a Johnny Dotti per i preziosi spunti di riflessione e per la fede, l’amore e la passione per l’umanità che le sue parole trasmettono.

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