Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Padre Valentin Gelu Porumb: “Guardiamo oltre le differenze per vivere in pace”

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Avendo a cuore l’obiettivo di una piena riconciliazione tra i cristiani di diverse confessioni, per prima cosa sarebbe bene fare conoscenza reciproca. Per quanto riguarda la presenza degli ortodossi in Italia – che secondo le stime della Fondazione Ismu avrebbero superato i musulmani, come prima minoranza religiosa nel nostro Paese – i dati oggettivi contrastano con una sorta di «invisibilità» nell’ambito pubblico (provate a domandare agli studenti di una normale classe di scuola superiore quali differenze dottrinali e disciplinari intercorrano tra la «Chiesa Cattolica» e quelle «Ortodosse»: può darsi che vi chiedano a loro volta di che cosa state parlando).

Eppure, che l’Ortodossia sia ormai diffusa e radicata anche nella provincia di Bergamo, soprattutto per l’immigrazione dall’Europa dell’Est, è confermato anche dalla testimonianza di padre Valentin Gelu Porumb: nato in Romania, dal 2012 è alla guida della parrocchia di Sant’Andrea Șaguna, la cui chiesa si trova in un’ala della Cascina Gasparina di Sopra a Romano di Lombardia. «Abbiamo trovato questa sede – spiega – con l’aiuto della Curia di Bergamo e della Fondazione Opere Pie Riunite “Giovan Battista Rubini”. Alle celebrazioni liturgiche prendono parte soprattutto gli ortodossi romeni, ma capita che anche serbi e ucraini vengano in chiesa a pregare. Di norma, alla Messa domenicale partecipano dalle 80 alle 120 persone; in occasione di particolari solennità ne vengono però molte di più. Recentemente, all’Epifania, c’è stata quella che noi chiamiamo l’Aghiasma Mare (la “grande benedizione dell’acqua”): i fedeli portano qui delle normali bottiglie d’acqua, che una volta benedetta si mantiene perfettamente potabile per moltissimo tempo (qualche anno fa in Romania – a Cluj-Napoca – è stata trovata una bottiglia con acqua benedetta nel 1959 nella cattedrale metropolitana) e fa tanti miracoli per chi la beve con fede; per noi questo è un segno della potenza di Dio, che di gran lunga prevale sui nostri limiti, insufficienze e peccati. A Pasqua, l’afflusso di fedeli è ancora più notevole: chi non trova materialmente posto dentro la chiesa sosta all’esterno, nel cortile della cascina».

Come è organizzata la Chiesa ortodossa romena in Italia?

«La nostra Diocesi in Italia si è costituita solo nel 2008, ma conta quasi 270 parrocchie, 300 sacerdoti e cinque monasteri. Abbiamo un sito Internet in lingua romena e in italiano, all’indirizzo episcopia-italiei.it . Dipendiamo dal Patriarcato di Bucarest, attraverso la Metropolia Ortodossa Romena per l’Europa Occidentale, che ha sede a Parigi. Siamo organizzati in ventitré decanati: la parrocchia di Romano rientra in quello “Lombardia 3 Est”».

Per una specie di riflesso condizionato, dalle nostre parti, abbinando le parole «immigrazione» e «religione» il pensiero va subito all’islam. Gli immigrati di fede ortodossa, invece, sono tantissimi.

«È vero. In assoluto, la comunità più numerosa è proprio quella romena: in tutta Italia, si parla di un milione e mezzo di membri, ma la cifra reale potrebbe anche essere più alta. Nella provincia di Bergamo, risiedono all’incirca 17 mila romeni, anche se non sono tutti di fede ortodossa. Nel capoluogo c’è una parrocchia guidata da padre Gheorghe Veleşcu. Nella Bassa, invece, gli ortodossi romeni sono 4-5mila».

Giovedì 24 gennaio lei prenderà parte a una celebrazione ecumenica, a Romano, presso la chiesa di San Pietro ai Cappuccini, nell’ambito della «Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani» (il programma completo delle iniziative può essere scaricato da qui, n.d.r). Lei conosce bene i parroci cattolici di Romano di Lombardia?

«Sono in ottimi rapporti con loro. Collaboriamo spesso, quando bisogna risolvere i problemi di qualche parrocchiano. Poi, ci sono incontri a livello più ampio: nel 2016, per esempio, il Centro Pastorale Ambrosiano di Seveso aveva ospitato un convegno a carattere ecumenico sul tema della trasmissione della fede alle nuove generazioni. Vi avevano preso parte il Cardinale Scola, allora Arcivescovo di Milano, tanti sacerdoti cattolici e diversi rappresentanti della Diocesi Ortodossa Romena d’Italia, a partire dal nostro Vescovo Siluan. Non solo nel corso della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, capita sempre più frequentemente che cattolici e ortodossi collaborino insieme ad attività di vario tipo, religiose e sociali».

Nel territorio della sua parrocchia si celebrano matrimoni misti, tra ortodossi e cattolici?

«Sì, almeno una o due coppie ogni anno ne fanno richiesta. Il nostro vescovo prende in esame singolarmente queste domande e, quando è possibile, concede la sua approvazione e benedizione al matrimonio».

A Bari, nella cripta della basilica dove sono conservati i resti di San Nicola, si recano a pregare sia i cattolici, sia i pellegrini ortodossi. Non è facile spiegare a un «osservatore esterno» come una spaccatura avvenuta nel 1054 tra Roma e Costantinopoli si sia potuta prolungare fino ai nostri giorni.

«Nella nostra epoca, è importante guardare a ciò che unisce, anziché a ciò che separa, per poter vivere in pace gli uni con gli altri. In campo teologico e dogmatico ci sono differenze: perciò si studieranno gli articoli di fede delle Chiese, alla ricerca di possibili formule di intesa, mantenendo gli insegnamenti di Cristo trasmessi attraverso gli Apostoli e i Santi Padri; ma nella vita quotidiana di molti credenti un’unione tra le anime, sia pure non completa, c’è già. Nel corso della settimana per l’unità, ma anche in ogni Santa Liturgia, noi ortodossi romeni preghiamo perché questa sia raggiunta, pure visibilmente, come Gesù stesso disse: “perché tutti siano una sola cosa” (Giovanni 17,21). Rimane viva la sofferenza di non poter praticare, al momento, l’ospitalità eucaristica; ma a questo dolore corrisponde anche il desiderio di superare in futuro i punti di divergenza».

A proposito di spaccature: secondo un’indagine del Pew Research Center, oggi l’Europa sarebbe divisa a metà, non tanto a livello confessionale, ma per il significato che si attribuisce alla dimensione religiosa. L’appartenenza cristiana è drammaticamente in calo in Paesi come la Svezia, la Repubblica Ceca, il Belgio e la Spagna, mentre in Romania il 95% della popolazione dichiara di credere in Dio e il 50% frequenta almeno con cadenza mensile le funzioni religiose. Forse, il caso felice di voi ortodossi romeni potrebbe risultare istruttivo anche per i membri di altre Chiese cristiane.

«Non abbiamo nessuna volontà di “dare lezioni”. Credo che per noi, in un contesto multiculturale, la prima regola debba essere quella di portare rispetto non solo ai cristiani di altre confessioni, ma ai seguaci di tutte le religioni e a coloro che cercano con sincerità di cuore un significato ultimo della loro vita. Certo, gli ortodossi romeni possono offrire la testimonianza tangibile della vitalità di una fede che è sopravvissuta a quattro decenni di comunismo di Stato, sotto il regime comunista. In ogni caso, non si tratta di ostentare alcunché: penso che i cristiani siano semmai chiamati a testimoniare che anche in questo tempo è possibile vivere gioiosamente e coerentemente un’esistenza improntata al modello evangelico e alla Tradizione dei Santi Padri».

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