Le suore al lavoro nella lavanderia del carcere accanto alle detenute: «La speranza nasce dai gesti più semplici»

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C’è profumo di lenzuola pulite nella lavanderia del carcere, in cui Suor Anna, della congregazione delle suore delle Poverelle, per vocazione vicine agli ultimi, lavora con le detenute della sezione femminile del Carcere di Bergamo. Il loro compito è tenere in ordine la biancheria di tutte le stanze. «È un’occasione di riscatto, che permette loro di recuperare la dimensione della vita quotidiana, di un lavoro dignitoso, ripensando anche al proprio passato» spiega la religiosa.

La presenza delle suore all’interno del carcere è unica in Italia in questa modalità: «Svolgiamo un servizio – chiarisce suor Anna – che si inserisce nella normale routine della struttura». La presenza delle suore delle Poverelle nelle carceri ha una storia lunga e significativa, iniziata in tempi l0ntani, nel 1926, prima nella vecchia sede del Carcere S. Agata in Città Alta e dal 1977, nella nuova sede di Via Gleno, in città bassa, nel quartiere della Celadina. Le suore vivono in un alloggio all’interno del Carcere, nella sezione femminile, come se fossero esse stesse carcerate. Affiancano le detenute nelle attività lavorative, formative e ricreative. Chi prepara i pasti, chi aiuta in lavanderia, chi fa pulizie nei luoghi in comune nella sezione femminile. C’è anche un corso di ceramica, con una insegnante esterna. La loro opera mette al centro il rapporto umano ed educativo con le detenute, in modo da aiutarle a rileggere il proprio percorso di vita con occhi diversi, a ritrovare speranza per il futuro, attraverso il sostegno, la vicinanza, momenti di catechesi, assistenza infermieristica, collaborazione col personale, volontari, sacerdoti.

Le suore condividono giorno e notte i luoghi della detenzione: «Questa vicinanza – spiega suor Anna – aiuta a superare la diffidenza iniziale e a conoscersi. Cerchiamo di essere una presenza discreta e serena che ascolta, conforta, incoraggia, si fa accogliere con semplicità». Ogni sera nella cappella della sezione le suore pregano e le detenute che lo desiderano possono unirsi a loro e prima di dormire, le suore passano ad augurare la buona notte ad ogni detenuta. Per il servizio religioso i cappellani del carcere e un diacono permanente assicurano la S. Messa settimanale e la catechesi. Le suore collaborano inoltre con le figure professionali della Direzione per preparare un percorso post carcere per quelle detenute che offrono quelle garanzie minime sulle quali costruire un progetto di reinserimento: alcune vengono ospitate a Casa Samaria,  una casa di accoglienza gestita dalla congregazione.

«Può sembrare strano – osserva suor Anna – ma le detenute manifestano un profondo desiderio di approfondire temi legati alla vita spirituale, anche chi dice di non credere in Dio. Abbiamo individuato anche nella vita complessa del carcere alcuni spazi in cui questi bisogni si possono esprimere. Questo accade, per esempio, ogni sera quando diciamo il rosario nella cappella della sezione femminile, preghiamo la Madonna per i figli e la famiglia. A volte questo momento di preghiera diventa un’occasione per instaurare una relazione personale che poi viene approfondita in modo personale. Ci sono sempre molte sorprese: incontriamo donne che magari hanno seguito gli incontri di catechismo da piccole e poi si sono allontanate dalla fede ma poi, in questo momento difficile della vita, riscoprono Cristo in un altro modo, e poi ci confidano “se non fossi finita in carcere queste cose non le avrei mai scoperte”. Cerchiamo di seguire le loro vicende anche quando hanno finito di scontare la pena: qualcuna continua la sua ricerca e la conversione alla fede anche fuori dal carcere. Assistiamo a volte a cambiamenti molto profondi nelle persone, la fede e una buona relazione umana possono trasformarle radicalmente».

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