Generare figli non è solo una responsabilità femminile. Inquietudini e precarietà rubano i sogni ai giovani

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In Italia si fanno pochi figli. Al netto di tutte le interpretazioni possibili del fenomeno, questo è un dato di fatto: l’ultimo rapporto dell’Istat sugli Indicatori Demografici, relativo all’anno 2018, ha evidenziato infatti che la popolazione italiana cala di anno in anno, con un trend negativo soprattutto per quanto riguarda la natalità. Le nascite lo scorso anno sono state 449mila, cioè 9mila in meno rispetto al 2017, con una media di 1,32 figli per donna.

Forse è proprio da questo dato che si può partire per riflettere sulla questione. Anzi, forse si può partire proprio dalla fredda chiarezza del linguaggio statistico – quello che parla del numero di figli per donna – per analizzare un fenomeno che ne coinvolge mille altri: parliamo di natalità, ma davvero si può parlare di figli senza parlare di lavoro, di diritti, di crisi, di uguaglianza di genere, di aspettative sociali, di welfare? E soprattutto, è lecito nel 2019 parlare ancora di figli rapportando ancora la questione esclusivamente alle donne?

Quando sei in età fertile e sei fidanzata o sposata (ma anche quando non lo sei), la domanda più ricorrente è sempre la stessa, opportunamente declinata a seconda dei contesti: «Non me lo fai un nipotino?» se a parlare sono i genitori aspiranti nonni, «ancora niente figli?» se la domanda viene da conoscenti particolarmente invadenti, «lei ha intenzione di avere figli nei prossimi anni?» se invece si tratta di un qualunque colloquio di lavoro. Mi succede sempre, e come a me a molte altre ragazze e donna della mia età. Al mio fidanzato invece non succede mai: a lui nessuno ha mai chiesto in fase di colloquio quanti figli ha o quanti ha intenzione di farne, e se amici e conoscenti gli pongono la domanda, è sempre me che stanno guardando. La domanda posta a lui è un vezzo per riempire una chiacchierata informale, posta a me è un chiedere conto di una responsabilità ancora non adempiuta, che suona sempre come un «Ma come, non hai ancora figli? Cosa stai aspettando?».

Mi ha sempre profondamente infastidito questo modo di porsi rispetto a un tema privato e personale come la genitorialità: e parlo di “genitorialità” a ragion veduta, perché fino a prova contraria i figli si fanno in due e perché escludere la dimensione paterna dalla definizione è un’ingiustizia anche nei confronti di quei padri (tanti) che rivendicano con orgoglio e forza un ruolo nel percorso di una famiglia.

Mi ha sempre infastidito questo approccio alla questione “figli” perché dà per scontate troppe cose, cose che invece non dovrebbero essere affatto scontate, non nel 2019 e non dopo gli anni di battaglie per la parità di genere.

Dà per scontato, ad esempio, che se io non voglio figli è perché sono egoista / superficiale / viziata (infinite variazioni sul tema, ma sempre declinate al femminile), non perché invece so benissimo che per me avere figli significherebbe con buone probabilità rinunciare al lavoro (secondo i dati 2017 dell’Ispettorato del Lavoro, circa 25mila neo-mamme si sono licenziate dopo la nascita del figlio per i costi elevati dell’assistenza dei bambini, la carenza di asili nido e la difficoltà di conciliare lavoro e famiglia: poco più di 2mila gli uomini), e la cosa – scusate tanto – non mi va affatto? Per tante ragazze e donne come me, lavorare non è soltanto un modo per passare il tempo risparmiando soldi in vista di una famiglia: è un’occasione di realizzazione personale, un modo per mettere a frutto anni di studi e sacrifici e sì, anche un modo per riconoscersi come individui in una società che fa di tutto solo per vederci come mamme. Ma come un uomo non si esaurisce nel suo essere soltanto “padre”, perché mai io e altre donne come me dovremmo accettare di essere soltanto “madri” prima che persone con sogni, ambizioni, desideri? Perché, mi chiedo, un desiderio forte di riuscita lavorativa in un uomo è ambizione e in una donna è carrierismo? Perché un uomo “che porta a casa la pagnotta” è uno che provvede alla famiglia, mentre una donna che lavora è sotto sotto considerata sempre un po’ degenere perché non sta a casa con i figli?

Ma questo approccio alla genitorialità dà anche per scontate cose ben più pratiche delle (legittime) ambizioni personali. Dà per scontato ad esempio che si possa pensare serenamente ai figli anche se si fa fatica a guardare dall’oggi al domani, perché a furia di stage, co.co.co., co.co.pro., partite Iva vere o false che siano e clienti che “Ma non riesci ad abbassare un po’ il preventivo, che 50 € per un logo e tutta l’immagine coordinata della mia attività è troppo?”, come si farà mai a pensare di avere figli? Dà per scontato che i tempi non siano mai cambiati: ma lo sono, e non soltanto perché sono mutate le aspirazioni delle donne!

A volte, quando leggo i dati sull’occupazione femminile, sulla disparità salariale uomo/donna, sul calo della natalità, sul congedo di paternità di 5 giorni (5 giorni!!!), mi verrebbe voglia di urlare mille cose. Volete che torniamo a fare figli? Benissimo, e allora date la possibilità anche agli uomini di fare i padri (e no, non è vero che non lo vogliono!), create asili con rette abbordabili, favorite lo smart working senza penalizzare necessariamente la madre nella sua carriera. E, magari, imparate ad accettare serenamente che ci sono anche coppie che di figli non ne vogliono, e che questo non rende il loro legame meno valido, né la donna meno donna, né le loro scelte meno rispettabili.

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