Il trapianto, eccellenza dell’Ospedale di Bergamo. Un iter complesso, la vicinanza ai familiari, un dono unico

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Una città dentro la città: si potrebbe definire così l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo che, oltre ad assistere moltissime persone, ha al suo interno eccellenze a livello nazionale, tra le quali i trapianti. Un orgoglio per l’ospedale bergamasco non solo per gli interventi eseguiti, ma soprattutto per l’assistenza che tutta l’equipe fornisce ai trapiantati e alle famiglie dei donatori.

Il trapianto è una delle eccellenze dell’ospedale – racconta il dottor Mariangelo Cossolini, responsabile del coordinamento del prelievo e del trapianto di organi e tessuti -. Nel momento in cui l’organo di un paziente non funziona più e non risponde alle terapie farmacologiche classiche, va sostituito con un organo nuovo, ma in realtà si tratta di un ‘usato garantito’. Noi siamo l’unico ospedale italiano che esegue tutti i tipi di trapianto a tutte le età”.

L’iter che porta al trapianto è tutt’altro che semplice e il paziente è seguito nella totalità del suo percorso. Il tutto parte dalla scelta compiuta dalla persona che ha necessità di cura, che è libera di decidere a quale struttura rivolgersi. A quel punto l’ospedale esegue visite ed accertamenti per capire se il paziente sia idoneo o meno al trapianto.

Una volta ammesso alla lista per il trapianto, il paziente dovrà attenersi alle procedure e alle tempistiche del centro interregionale o nazionale a seconda dei casi. “I campioni di sangue del paziente candidato al trapianto vengono mandati al nostro centro interregionale a Milano che raccoglie tutte le richieste provenienti dalla Lombardia –spiega il dottor Cossolini-. In base alla lista, nel momento in cui vi è un donatore compatibile viene contattato il centro che ha in cura il paziente. La decisione per procedere con il trapianto è collegiale perché presa in accordo con il centro interregionale. Nella lista ordinaria si procede in base alle compatibilità e viene data la precedenza a chi è in lista da più tempo, salvo i casi in cui la situazione di qualche paziente si aggravi”.

Esistono però casi particolari che hanno la priorità rispetto alla lista ordinaria. “Nel caso in cui si tratti di un bambino, di un’emergenza con tempistiche ristrette ai pochi giorni o ci si trovi di fronte a un’urgenza con la necessità di trapianto entro i trenta giorni, viene utilizzata la lista nazionale gestita direttamente dal CNTO, il Centro Nazionale Trapianti Operativo con sede a Roma”.

Le liste, i risultati e i donatori sono tutti inseriti in un programma informatico accessibile dai coordinatori e dai centri trapianto a livello lombardo. Il programma consente di tracciare l’organo e garantisce la totale trasparenza. Il commercio di organi clandestini risulta così inattuabile in Italia e la rigidità dei controlli non si ferma all’assegnazione dell’organo, ma arriva fino all’operazione e all’accompagnamento post operatorio del paziente. Una donazione e un trapianto mettono in moto circa 150 persone, ognuna delle quali ha un compito preciso e stabilito da una check-list certificata ISO.

Avere personale preparato, però, non basta. Per eseguire i trapianti, l’ospedale necessita anche di un’autorizzazione regionale di idoneità che viene rilasciata solo dopo la verifica dei requisiti. Nella valutazione biennale viene inserito anche un volume minimo di pazienti sotto la cui soglia non è possibile operare.

Oltre agli aspetti tecnici, esiste anche l’aspetto umano. Un medico, in un ambito così delicato, svolge un ruolo impegnativo e diventa una figura di sostegno e speranza. Egli fa da ponte tra la famiglia del donatore e quella del trapiantato. “Lo scambio delle lettere di ringraziamento avviene in forma anonima, ma solitamente c’è una risposta molto positiva perché alla famiglia del donatore fa piacere sapere quale sia stato il risultato di questo grande dono”.

Un dono prezioso che va di pari passo con il sostegno da parte del personale ospedaliero che non termina alla fine dell’orario di lavoro. “Lavoriamo per far sì che le famiglie dei donatori non si sentano abbandonate o usate solo allo scopo di avere un organo. Queste persone, se lo desiderano, possono continuare ad essere seguite anche grazie al servizio di psicologia del nostro ospedale”, spiega il dottor Cossolini. A dimostrare l’efficacia di questo atteggiamento sono anche i numeri. Il tasso di rifiuto della donazione è inferiore al 15% nella bergamasca, un successo se si confronta con la media nazionale attorno al 30%. A contribuire ai buoni risultati vi sono anche associazioni come AIDO, nata a Bergamo, e ‘Una scelta in comune’, programma che dà la possibilità, al momento del rinnovo della carta di identità, di decidere se diventare o meno di donatori d’organo dopo la morte .

“Prima di tutto cerchiamo di salvare il paziente che abbiamo in cura –sottolinea il dottor Cossolini -. Noi curiamo i malati. Le famiglie lo sanno e sono molto riconoscenti del rapporto sincero e fiducioso che si va a instaurare. Cerchiamo di utilizzare un linguaggio comprensibile e la terapia intensiva è aperta così che i familiari possano stare vicino ai loro cari. Il trapiantando, quando viene chiamato, viene seguito da un infermiere che si occupa degli ultimi passaggi prima dell’operazione. Qui è fondamentale anche il ruolo dell’associazione ‘Amici del trapianto di fegato’ che va in reparto a testimoniare com’è realmente la vita da trapiantato. I pazienti si rincuorano perché vedono una persona normale davanti a loro, una persona che ha ripreso la propria vita”. Un dono prezioso che regala al paziente una nuova vita: molti lo festeggiano come un secondo compleanno, è come nascere di nuovo.

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