Intelligenze “diverse”: se i robot ci aiutano a capire meglio noi stessi

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Ci piace ricordare che secondo Shakespeare noi uomini “siamo della stessa materia di cui sono fatti i sogni”: se decidessimo di prenderlo sul serio, al netto della poesia, potremmo dare ragione anche a Hiroshi Ishiguro, scienziato giapponese che costruisce raffinatissimi robot, quando dice che in fondo queste macchine – con il corpo in schiuma di poliuretano e la pelle di silicone – hanno qualcosa di umano, e che potremo vivere insieme pacificamente nella società del futuro.

Quando si parla di intelligenza artificiale, spesso il nostro immaginario è influenzato dalla cultura pop: l’appassionante trilogia sui robot di Isaac Asimov, Blade Runner, e più recentemente Alita, film di Robert Rodriguez, con la scenografia di James Cameron, in cui gli uomini, in un’epoca post-apocalittica, hanno parti “cyborg”, e con essi si mescolano, riscrivendo in modo nuovo i concetti tradizionali di vita, morte, fragilità, immortalità.
Ormai, però, abbiamo da tempo attraversato il confine che separa la fantasia dalla realtà. Ishiguro ha già costruito una copia di se stesso per mandarla al suo posto ai convegni, e poter intervenire da casa, senza scomodarsi, attraverso un telecomando e un microfono remoto. Nei giorni scorsi l’immagine – un po’ inquietante – che li ritrae insieme, un’insolita coppia di gemelli, è circolata nei servizi televisivi dedicati al seminario “Robo Ethics. Humans, Machines and Health” che si è svolto in Vaticano per iniziativa della Pontificia Accademia per la vita.

Il convegno in Vaticano ha mostrato scenari molto suggestivi, in cui i robot vengono messi a servizio del bene comune, per portare vantaggi a tutti, promuovere la dignità, la giustizia, la salute dei popoli, senza nascondere, ovviamente, insidie e rischi dello sfruttamento di una tecnologia così avanzata, così densa di possibilità.

La paura del diverso spesso spinge ad innalzare muri, a creare fratture. In questo caso, però, la tecnologia e l’intelligenza artificiale hanno già superato le difese grazie al “cavallo di Troia” dei dispositivi di uso quotidiano: smartphone, applicazioni, motori di ricerca come Google che in fondo sono già Intelligenze artificiali. “Giriamo con un cervello in tasca – sorride Ishiguro – e non ci spaventa”.

Il punto è un altro: far crescere la consapevolezza, la responsabilità nell’uso di questi mezzi, in sé né buoni né cattivi. “Il dibattito – ha detto Luciano Floridi, docente di filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford – non è sui robot, ma su di noi e su quale tipo di società vogliamo creare. Abbiamo bisogno di meno fantascienza e di più filosofia”.

Ishiguro ha detto che “attraverso gli androidi possiamo capire la differenza tra umani e robot e comprendere meglio noi stessi e la nostra natura”. Come ogni relazione, anche quella con le macchine può farci da specchio. Rivedersi in un altro – diverso, lontano – spinge spesso a scoprire qualcosa di inaspettato, di diverso su se stessi. A volte, però, trovare il coraggio di specchiarsi (e poi di guardarsi dentro) è il passo più difficile.

 

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