La sposa italiana: in un romanzo l’emigrazione italiana da Schilpario agli Stati Uniti

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“Le Alpi italiane si stagliavano come pugnali d’argento contro il cielo di peltro”. Le Orobie che da sempre fanno parte della storia e della cultura dei bergamaschi, sono i numi tutelari di Enza Ravanelli e Ciro Lazzari, straordinari protagonisti del romanzo La sposa italiana” (Tre60 2018, pp. 528, 16,40 euro, titolo originale The Shoemaker’s Wife, traduzione di Roberta Zuppet) di Adriana Trigiani.

Quelle stesse Prealpi Bergamasche, delle quali fa parte anche Pizzo Camino, tanto amato da Monsignor Andrea Spada, prozio della Trigiani, al quale l’autrice, sceneggiatrice, regista e produttrice, ha dedicato il volume per il quale ha lavorato vent’anni: “In memoria di monsignor Andrea Spada, che amava la montagna”. Ed è stato proprio don Andrea, fratello minore della nonna di Adriana, sacerdote e scrittore, giornalista e direttore de “L’Eco di Bergamo” per 41 anni a trasmettere alla Trigiani “la venerazione per gli scrittori”.

A lungo affascinata dalla storia d’amore dei suoi nonni materni Lucia Spada e Carlo Bonicelli, originari di due borghi poco lontani sulle Alpi italiane che si conobbero a Hoboken, nel New Jersey, in queste pagine l’autrice compone una saga epica (è in lavorazione la trasposizione cinematografica del libro), che ha conquistato milioni di lettori. Il romanzo, venduto in 18 Paesi, ha raggiunto i vertici della classifica del “New York Times”, edito negli Stati Uniti nel 2012, è il primo libro di Adriana Trigiani che viene pubblicato in Italia, impreziosito dalla bella copertina che ritrae “Mrs Charles E. Inches (Louise Pomeroy) ” del pittore John Singer Sargent. Ambientato tra l’Italia e gli Stati Uniti in un periodo che va dai primi anni del XX Secolo fino al termine della II Guerra Mondiale, il testo è uno spaccato realista della dura vita degli immigrati italiani nel Grande Paese, mitico luogo che dà spazio ai sogni. Divisi tra la struggente nostalgia per le montagne che svettano sopra Bergamo e l’indomita forza di volontà che li spinge a cercare un futuro migliore, i coetanei Enza e Ciro non si arrendono, certi delle loro innate capacità.

“Siete lì grazie alla loro generosità, non perché io possa permettermi di pagare la loro ospitalità. Capito?”. Gennaio 1905. Caterina Lazzari rimasta prematuramente vedova di Carlo, dato per disperso nel fondo di una miniera americana, era stata costretta a lasciare i suoi due figli, Edoardo e Ciro presso il convento di San Nicola a Vilminore di Scalve. Gli anni erano volati, i fratelli Lazzari diventati due adolescenti si erano resi indispensabili per le suore. Edoardo, anima mite, faceva il segretario nell’ufficio del convento, Ciro, alto quasi un metro e ottanta, esuberante e temerario, era diventato il tuttofare del convento. “Senza agganci sociali, senza opportunità né un’azienda di famiglia da ereditare, Ciro e Edoardo dovevano costruirsi la propria fortuna”.

Schilpario, cittadina mineraria situata in cima alla Valle di Scalve arroccata “sul pendio come un ghiacciolo grigio” sorgeva all’ombra del Pizzo Camino, dove la neve non si scioglieva mai nemmeno in estate. Marco Ravanelli, il conducente di Schilpario, conosceva come le sue tasche il passo della Presolana, valico solitario che collegava Schilpario, piccolo villaggio alpino, a Vilminore di Scalve e lungo la montagna fino a Bergamo. Marco aveva una moglie, Giacomina, e sei figli, la maggiore si chiamava Enza. Se è vero che “la figlia maggiore di una famiglia numerosa non ha mai una vera infanzia”, Enza era una ragazzina di dieci anni talmente responsabile che era lei a occuparsi della carrozza del padre e dei fratellini. “Sorrise perché aveva finito le faccende della mattinata e aveva un nuovo libro da leggere”.

Forse è il destino a decidere il tempo, il luogo e le opportunità. Sbarcati entrambi negli Stati Uniti là dove tutto era possibile, Ciro, punito per qualcosa che aveva visto, non per qualcosa che aveva fatto, Enza capace di saper cogliere la sostanza delle cose, dopo essersi persi e ritrovati svariate volte, si sarebbero incontrati di nuovo nelle strade di una nazione brulicante di fabbriche e di fiducia in se stessi. Insieme i ragazzi avrebbero fatto ciò che tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento fecero milioni di nostri connazionali: unire l’ambizione americana al talento e all’operosità italiana.

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