Letta ospite di Bergamo Festival “Fare la pace” parla del suo libro, tra migrazione, sostenibilità, educazione

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“Se nel 1966 un illustratore avesse voluto raffigurare il villaggio globale, ipotizzando che questo fosse abitato da 100 individui, ne avrebbe collocati più della metà, cinquantacinque per l’esattezza, nel continente asiatico, ventuno in quello europeo e sette in quello africano. Se la stessa rappresentazione venisse proiettata al 2050, la distribuzione degli stessi individui cambierebbe, parzialmente: il continente asiatico sarebbe abitato, ancora, da cinquantacinque persone, quello europeo da sole sei persone e quello africano da ventuno”.

Non si tratta di un indovinello, né di un problema di matematica, ma della riflessione con cui Enrico Letta, ospite di Bergamo Festival “Fare la pace”, ha iniziato il proprio dialogo con Nando Pagnoncelli, durante l’incontro di presentazione del nuovo libro “Ho imparato. In viaggio con i giovani sognando un’Italia mondiale”.

La scelta di utilizzare un’immagine, ideata per la prima volta in un’edizione di fine agosto della Domenica del Corriere del 1966 (anno della sua nascita, ndr), di chiara ed immediata comprensione, riproponendola secondo le proiezioni demografiche del 2050, ha permesso a Letta di catturare, senza mai perdere, l’attenzione di un pubblico desideroso di risposte coerenti, lungimiranti e razionali in un momento in cui l’Italia è invasa da una retorica istintuale, avventata e contraddittoria.

Attraverso una narrazione precisa e pulita, popolare ma non populista, l’ex Presidente del Consiglio ha esposto le sfide che l’Italia, e con lei l’Europa, di oggi è chiamata ad affrontare per conservare la propria dignità, “che, una volta persa, non può essere recuperata, contrariamente ai voti”. Queste, analizzate in maniera critica e pungente sono state: migrazione, sostenibilità, educazione.

La migrazione, il tema più dibattuto dell’ultimo anno e che continuerà a dominare la scena fino alle elezioni europee, è quello, senza dubbio, più sentito da ogni italiano, indipendentemente dalla propria appartenenza politica e dalla propria coscienza individuale. Il tema più evidente anche rispetto all’illustrazione del villaggio globale. Nel 2050, la crescita della popolazione del continente che più di tutti spaventa l’italiano medio non sarà notevole soltanto rispetto al numero di individui che popolavano il pianeta nel 1966, ma anche e soprattutto rispetto a quella che sarà la popolazione globale di quel tempo: 10 miliardi contro i 3 miliardi di circa mezzo secolo fa.

Questi numeri mostrano chiaramente all’Europa, che in maniera lenta, miope e progressiva, sta perdendo la propria centralità nel panorama mondiale, come la vera sfida dettata dal fenomeno migratorio, non sia quella di chiudere i porti e, contemporaneamente, incolpare l’Europa dell’assenza di politiche migratorie, quanto piuttosto quella di costruire un’alternativa. L’immagine, ancora una volta, individuata ed evocata con perspicace lucidità, è quella di un Super Mario Draghi delle politiche migratorie, capace anzitutto di creare politiche migratorie universalmente adottate da tutti i Paesi membri. Politiche che, proprio per una vasta applicazione e una progettualità di ampio respiro, permettano di superare la frammentazione interna tanto all’Italia quanto all’Europa, nel primo caso della narrazione dell’invasione e nel secondo del fallimento europeo.

“Serve proporre una gestione collettiva, automatica ed accentrata del fenomeno migratorio, attraverso la quale si superi il disfattismo nazionale secondo cui le uniche soluzioni siano quelle estreme, o peggio, non ci siano del tutto, per la volontà dei governanti di lasciare il problema aperto, per la sua facile strumentalizzazione in un clima sempre più prossimo di campagna elettorale, un’altra che avrà come tema unico e centrale la questione migratoria”.

Strettamente correlato al tema della migrazione, affrontato in maniera schietta da Letta senza tralasciare di criticare il comportamento goliardico e provocatorio del Ministro dell’Interno, è il tema della sostenibilità. Un argomento che appassiona fortemente Letta, non solamente per le ripercussioni a livello ambientale e, quindi, demografico e nutrizionale, ma soprattutto perché interroga l’Europa sul suo futuro: l’Europa potrà continuare ad esistere solamente se prenderà consapevolezza della necessità di ripensare in maniera sostenibile la relazione centro-periferia.

Riflettere sul tema della sostenibilità significa chiedere all’Europa di assumersi la responsabilità del futuro dei giovani, di quelle periferie che additano, e per questo rifiutano, l’ambientalismo come un bene di lusso, di quei penultimi che si oppongono strenuamente all’accoglienza degli ultimi, di quei governanti per cui essere a favore dell’Europa implica necessariamente essere contro il proprio Paese, di quanti la demonizzano, ignari del fatto che appartenere o meno all’Europa significhi scegliere tra un’aumentata speranza di vita alla nascita e una ridotta mortalità infantile o viceversa, di quel popolo che sancisce la propria distinzione dalle élite sulla base dell’accesso all’istruzione. “La sostenibilità dell’Europa è minata dall’alternativa all’Europa stessa, quella di un’Europa che non c’è e con essa tutti i piccoli e vecchi Paesi che, se isolati, verrebbero schiacciati dall’insostenibilità di dinamiche globali non più a misura europea”.

Ma quali sono gli strumenti da mettere in campo perché la peggiore delle prospettive, ovviamente per i cosiddetti europeisti, non si realizzi? La risposta è l’educazione, altro, nonché terzo ed ultimo tema, affrontato da Letta. Educazione che significa prendere coscienza del fatto che è necessario offrire ai giovani, e anche ai meno giovani, un cambio di atteggiamento nella vita e, quindi, nella politica. Educare alla e ripensare la politica significa riflettere sulla logica terribile per cui studiare e imparare, dedicarsi e fare (anche fatica), siano considerati valori nocivi e da rigettare all’interno di un contesto in cui le competenze vengono derise e disprezzate.

Educare alla e ripensare la vita significa proporre un modello per cui un individuo, attraverso il proprio lavoro in primis e la propria passione per le dinamiche collettive e la gestione del proprio Paese, si metta a servizio di questo con l’atteggiamento del discente e l’umiltà dell’autocritica. Con l’intento di imparare dai propri errori passati e, partendo da questi, migliorare. E di farlo in un contesto di libertà quale quello europeo, in cui oltre alla libera circolazione di persone e merci, ci sia anche una libera circolazione di informazioni, mediate dai social network intesi come “spazi di libertà e dialogo e confronto costruttivi, superando l’attuale convinzione che fa di questi un’ora spazio di provocazione e insulto”.

Di tutto questo (e molto altro ancora) Letta ha riflettuto nel proprio libro, che è frutto di quanto da lui imparato nel corso di una carriera in parlamento di dodici anni, della lunga esperienza di docente universitario e direttore della scuola di politica per giovani. Entrambi aspetti di una partecipazione politica dalla quale ha appreso l’entusiasmo e l’ottimismo per i giovani per la realizzazione di un villaggio davvero globale.

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