L’Europa che verrà: la protesta fine a se stessa non porta da nessuna parte

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L’Italia ha bisogno di una posizione europeista critica e innovativa. Si avvicinano le elezioni. Serviranno a contarsi, ma non solo. Da due punti di vista.
I numeri, prima di tutto. A partire dai rapporti di forza e di idee tra i due partner del governo Conte, MoVimento Cinquestelle e Lega. Forze politiche di fatto (anche se non formalmente) alleate, ma in competizione e con pareri visibilmente diversi su molti dossier. Così la campagna è già aperta tra conflitti micro e macro, un po’ su tutto. Perché, giusto a venticinque anni dall’inizio della cosiddetta “seconda” repubblica”, sembra che questa sia finita, ma che la “terza” sia ancora avvolta nelle nebbie.
Gli altri partiti, usciti molto ammaccati dalla politiche dello scorso anno, dovranno per forza formulare proposte per riemergere da una situazione di stallo.
Si disegna così la prospettiva di una polarizzazione tra due proposte (quelle che vengono dalle forze di governo) diversamente critiche nei confronti dell’attuale equilibrio dell’Unione e due proposte (quelle dal centro sinistra e dal centro destra “tradizionali”) in sostanza favorevoli alla governance europea attuale. Che per gli uni è da cambiare radicalmente, per gli altri da migliorare. Insomma, ad oggi, il clivage, ovvero la linea di frattura, sembra quella che, con una espressione inutile, ma corrente, si può definire del populismo: benpensanti contro malpensati.
Ma bisognerebbe andare oltre, sintonizzarsi su qualcosa di nuovo e profondo: non pare che ci siano le condizioni, ma c’è ancora tempo e quando si parla di politica italiana le sorprese sono sempre dietro l’angolo e fare previsioni è sempre temerario. Anche perché il cosiddetto nuovo si consuma in fretta e misurarsi con il quadro europeo invita ad aprire gli orizzonti, suggerisce un nuovo respiro. Perché forse sta cambiando l’aria: la protesta per la protesta non porta da nessuna parte. Così come non si può difendere quello che è indifendibile. In questo senso le ultime rilevazioni di opinione dimostrano come la maggioranza degli italiani resta pro-Europa e pro-Euro, con percentuali crescenti. Ma restiamo assai insoddisfatti, giustamente critichiamo radicalmente il politicamente corretto europeo. Per andare oltre da un lato c’è un problema di politica europea dell’Italia, che “conta” molto meno, nelle sedi europee, di quanto potrebbe (e dovrebbe). Disunita strutturalmente come è, l’Italia non esercita al meglio il proprio ruolo. Dunque c’è bisogno di un impegno di tutti gli attori per “contare di più”, anche perché l’Europa rischia, tutta, di essere vaso di coccio in una rinnovata competizione globale. In secondo luogo l’appeal delle istituzioni europee è al minimo storico proprio perché, avendo rimosso la questione dell’identità, finiscono coll’essere percepite semplicemente come avatar, cioè incarnazioni evanescenti, di un pensiero globale neo-liberista, lontano dagli interessi e dal cuore dei popoli. Questa posizione europeista, ma critica e innovativa, saggia e realistica ha bisogno di interpreti adeguati. Per trovare i quali il tempo stringe.

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