Com’è difficile parlare d’amore, e insegnarlo ai nostri figli: a caccia delle parole giuste

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Una delle cose più difficili dei nostri tempi, e non solo tra i giovanissimi: parlare d’amore.
Continuano a farlo soltanto nelle canzoni, forse. E in alcune viene fuori il ritratto di un amore arrabbiato, esasperato, distorto, confuso con la solitudine e il bisogno di essere accolti.
Noi uomini del XXI secolo abbiamo ancora il “senso dell’amore”? E, soprattutto, siamo in grado di insegnarlo ai nostri figli?
Difficile rispondere.
Il fatto è che l’amore lo abbiamo sezionato. Come fossimo intenti a farne a un’accurata autopsia post mortem.
Dopo l’epidemia devastante del relativismo, abbiamo isolato in camere iperbariche quelli che ci sono parsi essere i diversi livelli dell’amore. Da quel tutto indistinto, animoso, fervido e denso di pathos, che era l’amore dell’immaginario antico, siamo approdati a un amore incapsulato e smembrato, asettico. Nel quale ci si può orientare per mezzo di parole chiave come: infatuazione, flirt, tresca, sentimento, passione e sesso. Inoltre, su tutto il trasporto e la potenza del sentimento è calato implacabile il filtro della psicanalisi che è riuscita nell’intento di esorcizzare l’amore mediante formule fisse e razionali. Le figure archetipo “madre”, “padre”, “super-io” hanno disinnescato tutti gli incantesimi e l’amore si è ridotto a paragrafo bidimensionale rintracciabile sull’indice di un qualsiasi manuale di psichiatria.
Abbiamo trasmesso questa eredità ai nostri adolescenti: la voglia di amare, lasciandoci andare, e assieme a essa il disincanto corredato di foglietto illustrativo. “Non assumere amore se si è troppo fragili. Non assumere amore assieme a sconsiderate illusioni”. “Non assumere amore in dosi troppo elevate”.
Fin troppe raccomandazioni per questa umanità fragile e malata.
Quindi oggi i nostri figli hanno avuto in dono un ologramma, di cui si ha paura. Un idolo effimero e doloroso al contempo, che non ammette possibilità di appello.
Abbiamo insegnato un amore troppo fisico, troppo corporeo perché siamo i primi a fare del corpo la nostra prima, urgente, esasperata preoccupazione. Non siamo pronti a invecchiare, a cedere il posto. La senilità e la morte ci terrorizzano. Abbiamo immerso le nuove generazioni nella precarietà dei nostri amori e le abbiamo immolate assieme allo svaporare delle nostre illusioni, mettendo fine a matrimoni con violenza e acredine. Seppellendo assieme ai nostri fallimenti la fiducia per l’altro.
Abbiamo creduto di poter scampare alle spire soffocanti e, talvolta, letali dell’amore, attraverso il diversivo del sesso, prendendo un grosso abbaglio e inaridendo ulteriormente le nostre coscienze. Eppure nei nostri ragazzi è rimasto vivo il desiderio d’amore, di essere amati soprattutto. Forte palpita la richiesta, anche se tende a dissimulare se stessa e a mascherarsi nella pletora degli altri sentimenti. E’ un sentire timido, pudico. Per questo sarebbe urgente se non altro recuperare le parole giuste, come dice Recalcati nella sua interessante trasmissione notturna del lunedì: il lessico amoroso.
Si potrebbe, dunque, ripartire proprio da lì, dalle parole giuste, magari quelle dei poeti o quelle scritte nelle storie degli amori antichi, intensi e disperati. Riuscire finalmente a immergersi nell’insondabile, tollerandone la profondità; avere fiducia nelle proprie capacità di sopravvivenza, anche rispetto alle cadute.
Soprattutto, nel caso della fine di un amore bisognerebbe imparare a non umiliarlo e privarlo della sua dignità, trattenendone la bellezza e l’insegnamento.
L’incontro con l’altro ci lascia sempre un messaggio nel cuore. Sta a noi valorizzarlo nel fallimento e renderlo humus fertile per una rinascita, sta a noi ostacolare l’inaridimento. Chi meglio dei nostri ragazzi saprà ritrovare il filo di questo discorso perduto?

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