Angela Buttiglione, storico volto del Tg1. Una vita di sfide vinte, la riflessione sull’esser donna oggi

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Angela Buttiglione, originaria della Puglia poiché nata a Gallipoli in provincia di Lecce, famiglia cattolicissima, laureata in Letteratura italiana a Torino, è entrata a far parte della redazione del Telegiornale Rai quando le donne giornaliste erano considerate delle “mosche bianche”, alle quali affidare solamente servizi “rosa”, di moda e di costume.

Eppure è stato da quella redazione che con tenacia e flessibilità ha saputo costruire la propria carriera professionale, iniziando a lavorare in un’Italia completamente diversa da quella di oggi. Gli anni in Rai della giornalista sono stati tanti e fondamentali (1969-2009), sono coincisi con un periodo nel quale sono caduti muri e ne sono sorti di altri tipi, si sono succeduti tre pontefici, sei Presidenti della Repubblica Italiana, è stata “bruciata” la Prima Repubblica e dalle sue ceneri è sorta la Seconda.  Tutto questo, e molto di più, Angela Buttiglione, volto storico del Tg1 che ha condotto per venticinque anni, l’ha raccontato al pubblico del telegiornale Rai.

In questa intervista, in occasione dell’otto marzo, Buttiglione ricorda i suoi primi passi nel mondo del giornalismo, allora un po’ misogino, e come ha saputo affrontare e superare le tante sfide che ha incontrato sul suo percorso e che attendono ancora oggi le donne. Angela Buttiglione ha desiderato fare la professione di giornalista fin da bambina: «Mio padre portava sempre a casa il giornale ed io aspettavo questo momento con ansia, appena arrivava, glielo strappavo dalle mani e iniziavo a leggerlo. Avrò avuto otto o nove anni e già da allora pensavo: “Un giorno ci sarò io perché voglio sapere e vedere quello che succede per raccontarlo”».

La giornalista nel 1969 ha vinto giovanissima, a soli ventitré anni, il concorso Rai entrando nella redazione del Telegiornale. Seconda donna dopo Bianca Maria Piccinino. Ma il vento del ‘68 non era arrivato nelle “sacre stanze” del Tg. «No, non era arrivato, allora l’informazione era prerogativa maschile, quando ho incominciato io le giornaliste donna erano un’eccezione. Le donne c’erano in Rai ma lavoravano nei vari programmi perché la Rai, con molta attenzione, appena fondata, andò a cercare i funzionari, le persone che dovevano fare i programmi, nelle università, molti alla “Cattolica” di Milano e in tanti altri atenei dove le donne erano presenti. C’era un pregiudizio nei confronti delle donne giornaliste ma allora non me ne rendevo conto, pensavo solo a fare bene il mio lavoro senza piangermi addosso. Ma se ora ripenso ai miei quarant’anni in Rai, penso che la “mia piccola scalata l’abbia fatta”», dichiara Angela Buttiglione ridendo.

Divertenti i primi “pezzi” della giovane Angela, spedita dal capo a dimostrare il proprio valore professionale. Buttiglione li ricorda così: «Il primo pezzo importante l’ho fatto il 19 luglio ’69, quando mi mandarono in giro per Roma. “Fai un pezzo sulla luna”, mi era stato detto e quel pezzo piacque abbastanza. Invece la mia prima telecronaca sempre in quell’anno riguardò il Ferragosto a Roma. Fui spedita dunque a Piazza di Spagna, vi lascio immaginare che cosa era quella piazza: completamente deserta. Me la cavai anche in quel frangente, non intervistai nessuno, perché non c’era anima viva, mi limitai a descrivere la piazza e la magia di Roma a Ferragosto».

Angela Buttiglione ha quattro figli e tre nipoti adorati, ma chiediamo alla giornalista, gettando uno sguardo indietro, se sia stato difficile conciliare impegno professionale e famiglia. «Non lo so, – risponde – non mi sono mai posta il problema, l’ho fatto e basta. Ho questa dote: i problemi li riconosco dopo che li ho affrontati e superati. A distanza di tanto tempo mi domando come abbia fatto, ma di quegli anni ho un ricordo molto bello fatto di vivacità, allegria e anche di grande fatica. Ci sono stati dei periodi, quando sono nati gli ultimi due figli, nei quali dormivo quattro/cinque ore a notte, però la fatica e l’impegno erano compensati da tutto il resto».

Angela Buttiglione è stata una brava vaticanista, antesignana anche in questo caso, perché i colleghi erano tutti uomini e non tanto giovani. Memorabili gli incontri e i momenti legati alla figura di San Giovanni Paolo II. «Ho un’immagine stampata negli occhi: San Giovanni Paolo II che tiene per mano Suor Lucia a Fatima. Un’altra immagine forte è quella di San Giovanni Paolo II in Angola. Il Papa polacco doveva officiare la Santa Messa in un campo immenso, venne portato per l’occasione un antico crocifisso credo del Seicento da una chiesa portoghese, l’Angola era stata una colonia del Portogallo. Rammento perfettamente Giovanni Paolo II in ginocchio abbracciato a questo crocifisso, il Pontefice rimase in quella posizione per circa dieci minuti. Attorno un silenzio che pareva quasi innaturale».

Per venticinque anni Angela Buttiglione ha condotto il Tg1, la sua conduzione, benché sovente avesse dovuto dare ai telespettatori della rete ammiraglia notizie gravi e drammatiche, è sempre apparsa rassicurante. Voce garbata, senza alzare mai i toni, sorriso sincero e tranquillo, questo era il messaggio che arrivava a chi a casa ascoltava le notizie. «Durante i miei venticinque anni di conduzione del Tg1 ho dovuto comunicare notizie spesso terribili, ma ritengo di avere, grazie al mio carattere, una speranza di fondo, che non chiamerei ottimismo. È una certezza: l’esistenza della Provvidenza che mi ha sempre aiutata, sia sul lavoro sia nel privato, e che forse traspariva. Ho questo atteggiamento nei confronti della vita, che mi porta a notare problemi solo dopo averli superati, ora capisco di essere stata favorita e di aver condotto, tra virgolette, un’esistenza serena».

Domani si festeggerà l’otto marzo, ma nel Terzo Millennio la strada da fare per migliorare la condizione femminile nel mondo appare ancora lunga. Chiediamo un parere ad Angela Buttiglione, che risponde. «Sono sempre stata convinta di una cosa: quando le donne hanno voluto, hanno ottenuto. Però in alcuni Paesi e in alcune situazioni la donna è ancora schiavizzata, usiamo il termine giusto, perché non ha le libertà minime, nonostante spettino a lei i compiti più ardui. Ricordo che durante i numerosi viaggi che ho compiuto per lavoro in Africa, notavo gli uomini seduti mentre le donne faticavano come bestie. Nei Paesi occidentali secondo me la donna dovrebbe incominciare a riflettere di nuovo sulla sua condizione. A mio avviso ha messo da parte o ha
rinunciato a un grande compito: quello di custodire la vita. Custodire la vita non vuol dire solo mettere al mondo una creatura, ma in questo caso nel senso di custodire la salute della società. Le donne si devono convincere che molto nel modo di vivere e nei rapporti umani è nelle loro mani».

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