Pietro Bartolo, medico di Lampedusa: “I migranti sono persone, non numeri”. Chi salva una vita salva il mondo

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Una standing ovation, l’emozione che appanna gli occhi e fa tremare la voce: non è l’ovazione per una piece teatrale, ma il desiderio di umanità suscitato nei giorni scorsi, all’Auditorium della Casa del giovane, dalle parole di Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa, ospite della rassegna Molte Fedi Sotto lo Stesso Cielo delle Acli provinciali di Bergamo. Quello che avrebbe dovuto essere il terzo incontro di uno degli itinerari proposti da Molte Fedi (si tratta di un ciclo di quattro incontri dedicati ad uno specifico tema, in questo caso quello della geopolitica contemporanea,  riservati agli iscritti, ndr), per la grandissima richiesta espressa dalla cittadinanza, è stato, invece, trasformato in un momento di ascolto per tutti coloro che ancora vogliono indignarsi di fronte ad una narrazione intrisa di grandi bugie, incapace di dire la verità su quel fenomeno strutturale e non più emergenziale, quale la migrazione che attraversa il Mediterraneo da quasi 30 anni.

Sconcertante l’umiltà di Bartolo, che ama definirsi un uomo normale, un medico, che “per l’aver prestato un giuramento” ritiene di svolgere solamente il suo dovere, quello che, da uomo e professionista è giusto fare, un marinaio, che, da Lampedusano quale è, rispetta la legge del mare. E di mare, che deve il suo nome alla sua posizione, un lembo d’acqua racchiuso fra due terre vicinissime, sono intrise le parole che il medico di Lampedusa, il frammento di Italia più vicino alle coste libiche che a quelle siciliane, si serve per raccontare la verità della Porta d’Europa, non soltanto il nome della grande opera installata da Mimmo Paladino, ma l’essenza dell’isola. Bartolo, definito da Daniele Rocchetti, presidente delle Acli provinciali con le parole del Talmud come “chi salva una vita , salva il mondo intero”, è l’uomo che, a partire dalle strage di Lampedusa del 3 ottobre 2013, giorno successivamente istituito come Giornata della memoria per le vittime delle migrazioni, quando a seguito di un naufragio persero la vita 368 persone, ha sentito, sotto il cielo stellato della sua terra natia, una legge morale dentro di sé che lo spingeva a raccontare al mondo interno la mattanza degli esseri umani che ha disseminato  il deserto del Sahara di cadaveri, trasformato la Libia nell’inferno, reso il Mediterraneo un cimitero, di fronte agli occhi ciechi e alle orecchie sorde della politica.

Le parole con cui il medico di Lampedusa racconta la verità che i politici non raccontano sono semplici: i migranti sono persone, non numeri, i migranti hanno la pelle nera, ma il sangue rosso, come tutti gli essere viventi, i migranti non portano le malattie, ma si ammalano a causa del viaggio, i migranti sono donne e uomini che sognano una vita migliore di quella che lasciano, in un continente sfruttato da tutti gli altri e dal quale sono costretti a scappare. “I migranti sono persone, non numeri. Io detesto sentirli chiamare per numero e non per nome; eppure, riconosco che i numeri parlino da soli: se a Lampedusa in 28 anni sono sbarcate 600.000 persone, è evidente che non c’è mai stata né tuttora c’è alcuna invasione, nei confronti di un Paese di 60 milioni di abitanti e di un continente di 700 milioni di abitanti” spiega in maniera realista e non propagandistica Bartolo, che continua “Come non è vero che siamo invasi, allo stesso modo non è vero che verremo contagiati da pericolose malattie infettive: certo, i migranti sbarcano che sono ammalati, ma ciò di cui soffrono sono la disidratazione e l’ipotermia, a causa del viaggio in mare, di quella che io ho definito la malattia dei gommoni, un problema dermatologico per cui la benzina miscelata con l’acqua di mare provoca ustioni sulla pelle, soprattutto delle donne, che, viaggiando al centro del gommone protette dagli uomini per evitare che cadano in mare, entrano in contatto con questa miscela letale; i migranti soffrono delle lesioni sulla pelle e nella mente per essere stati torturati in Libia”. Le parole con il medico di Lampedusa racconta la verità che i politici non raccontano sono forti, come le immagini della sua quotidiana attività clinica: Bartolo mostra immagini di donne ustionate, di uomini penetrati da proiettili per essere opposti a salire su un canotto con il quale, in mare aperto, avrebbero certamente trovato la morte, come quella di uno dei soli 15 sopravvissuti al naufragio delle 117 persone tanto strumentalizzato dalla stampa, di bambini scuoiati nelle carceri libiche, dove avere la pelle nera significa non essere riconosciuto persona, di cadaveri, da lui calpestati dopo essere sceso nella stiva di una delle carrette del mare.

Pietro Bartolo, un uomo capace di denunciare lo sterminio contemporaneo, di cui questa generazione sarà per sempre incolpata per aver saputo ma non aver agito, non nasconde la propria umanità e la propria debolezza di fronte alla tragedia umana, di cui è tutti i giorni spettatore, quando “piango e vomito ogni volta che devo effettuare le ispezioni cadaveriche, quando devo aprire i sacchi della morte in cui sono contenuti i corpi di uomini, donne e bambini. Ogni volta spero che nel primo sacco che dovrò aprire non incontrerò un bambino. Ricordo quella volta in cui, però, ne trovai uno e mi convinsi che non era morto, lo spogliai e iniziai a scuoterlo, sperando che iniziasse a respirare, lo guardai negli occhi, ma quegli occhi erano immobili. Per fortuna, però, proprio quando mi interrogo sul senso del mio lavoro, quando spero che domani non siamo uguale ad oggi, che non venga informato dalla Capitaneria di porto che è necessario che mi rechi sul molo Favaloro, succede l’inaspettato: la sera del naufragio di Lampedusa, quando mi dissero che erano tutti morti, prima di chiudere i sacchi della morte, ispezionai ad uno ad uno i cadaveri. I primi tre erano morti, il quarto, il corpo di una giovane donna, quando invece ne toccai il polso mi parse di percepire un flebile battito. Chiesi di fare silenzio a quanti mi stavano intorno e dopo due minuti ne sentii un altro: la portammo di corsa al Poliambulatorio, dove venne intubata, ventilata, dove per la prima volta nella mia vita feci un’iniezione intracardiaca di adrenalina. La salvammo e lo scorso anno tornò a Lampedusa, nel giorno della memoria, per dirmi che viveva in Svezia e che aspettava un bambino”.

Il silenzio assordante nella sala trasmetteva un senso di disagio e impotenza di quanti, seduti ad ascoltare Bartolo sperano e vogliono che le cose cambino, “ma perché cambino serve che cambino oggi, non si può aspettare domani. E perché le cose cambino, perché ci si accorga che chi, per sola sua sfortuna, è nato dalla parte sbagliata del mondo, è forse diverso, ma solo perché migliore, non serve essere eroi, non serve venire a Lampedusa, ma voler ridare la dignità a coloro che si incontrano per le strade, chiedendo loro ‘come ti chiami’”, conclude il medico di Lampedusa, tra lacrime di sale.

Foto © Clara Mammana

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