Cristina Zambonini, “la ragazza dei tre cuori”. Dal doppio trapianto cardiaco all’associazione Cuori 3.0

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La chiamano “la ragazza dei tre cuori”, perché ha vissuto due volte il percorso del trapianto cardiaco. Ma potrebbero chiamarla semplicemente “la ragazza dal grande cuore”, perché parlare con Cristina Zambonini, designer 33enne originaria di Domodossola, è una vera e propria sferzata di energia, di voglia di vivere e di altruismo: la sua storia parla sì di malattia, ma soprattutto e prima di tutto parla di rinascita e di amicizia, di entusiasmo per ogni secondo, ogni minuto, ogni giorno di questa vita e di aiuto a chi vive la sua stessa esperienza. Il 15 dicembre 2017, infatti, Cristina e le sue sei migliori amiche – mai la definizione “amiche del cuore” fu più azzeccata – hanno fondato Cuori 3.0, onlus di supporto e beneficenza per tutti coloro che sono in attesa di trapianto cardiaco o hanno vissuto questo percorso e per le loro famiglie.

 

L’unione fa la forza

«L’associazione nasce da una promessa che avevo fatto a me stessa molto tempo fa – spiega Cristina Zambonini -: dopo il primo trapianto, nel 2006, quando avevo vent’anni, mi ero detta che, se mi fosse successo nuovamente e fosse di nuovo andato tutto bene, avrei fatto qualcosa per aiutare gli altri». In quel momento Cristina non immaginava che da lì a dieci anni, il 26 febbraio 2017, si sarebbe trovata nuovamente ad affrontare il percorso del trapianto: anche questo secondo intervento, come il primo, si è svolto all’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, ed è durante la degenza del secondo trapianto cardiaco che inizia a sbocciare l’idea di fondare un’associazione, e di fondarla con le sue sei migliori amiche, che le erano sempre state vicine. «Volevo coinvolgere anche loro perché l’unione fa la forza, e loro per me sono state fondamentali in questo percorso – racconta Cristina -. Volevamo creare qualcosa insieme per suggellare la nostra amicizia, anche se fare qualcosa del genere può essere rischioso: diventa quasi un rapporto di lavoro e questo significa mettere in discussione molte cose. Ma i bellissimi risultati che sono arrivati hanno compensato le difficoltà e rafforzato ulteriormente il nostro rapporto».

 

Supporto e sensibilizzazione

Tra gli obiettivi di Cuori 3.0 c’è in primo luogo la sensibilizzazione sul tema della donazione, ma anche la raccolta fondi per progetti e donazioni all’ospedale bergamasco per potenziare le attività connesse ai trapianti, come il follow up, cioè la degenza post trapianto. Uno dei progetti più recenti, ad esempio, è quello dei NannaOrsi: «con un’amica che realizza orsacchiotti a mano, abbiamo creato un’edizione limitata di trenta NannaOrsi, che possono essere “adottati” con una donazione – racconta Cristina -. I peluches vengono consegnati poi ai bambini del reparto in attesa di trapianto, oppure ai bambini dell’ambulatorio in fase di follow up, cioè già trapiantati. Per ora ne abbiamo regalati rispettivamente 8 e 4, domattina abbiamo un’altra consegna. Al di là del dono, però – aggiunge Cristina – la consegna del NannaOrso è un momento molto intenso di confronto con i genitori. Sentire la mia storia, vedere una persona che ha subito ed è sopravvissuta a due trapianti di cuore, dà loro una grande speranza».

Un secondo, importante obiettivo di Cuori 3.0 è infatti anche il supporto e il sostegno alle famiglie di persone che vivono il trapianto di cuore e tutto ciò che vi è legato. «Viene naturale concentrarsi sul malato – riconosce Cristina – ma attorno al malato c’è tutto un mondo. Il trapianto prevede un percorso lungo che può sconvolgere una famiglia, e per chi ci sta vicino è difficilissimo: non si può programmare un intervento di trapianto, spesso bisogna trasferirsi per lunghi periodi in un’altra città, non si conoscono le possibilità di aiuto sul territorio…». Sia durante il primo che il secondo trapianto, le amiche di Cristina hanno rappresentato una sorta di prolungamento della sua famiglia, organizzando una precisa timetable settimanale per andare a trovarla e supportando i suoi genitori anche nelle faccende pratiche e logistiche, come lavare i panni o fare la spesa. «Quello che ci piace fare con Cuori 3.0 è anche dare alle persone il punto di vista di chi sta vicino alla persona malata – continua Cristina – . Il malato conosce la propria battaglia e i propri limiti, ma per le persone che ha accanto è molto più difficile: ci si sente molto più impotenti».

 

Tornare alla vita

Oggi Cristina è un vulcano di idee, di progetti e di attività che niente pare poter fermare. «I medici dicono che noi trapiantati siamo divisi in due fazioni: chi ha paura di tutto e vuole preservarsi totalmente chiudendosi al mondo, e chi invece deve fare diecimila cose al giorno per non avere l’impressione di perdere tempo». La questione del tempo non è un vezzo: Cristina è consapevole che, come le hanno sempre detto i medici, il trapianto non è una guarigione. Sa che ci sono scadenze impossibili da prevedere, e quindi per risposta inconscia cerca di fare quante più cose possibili, tra cui scalare (ancora) il Monte Rosa: l’ha già fatto con il secondo cuore, ora vorrebbe provare anche con il terzo. «La malattia cardiaca che arriva al trapianto ti dà l’opportunità di capire cosa significhi essere a un passo dalla morte e tornare poi come nuova – ammette Cristina prima di salutarci – . Il migliore regalo che ti possa fare la malattia è tornare con un entusiasmo unico alla vita».

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