Formare agli affetti e alle relazioni: tutta la comunità è coinvolta

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Corsi di educazione all’affettività, con l’obiettivo di promuovere una concezione armoniosa e sana della vita affettiva, che permetta di realizzare l’integrità della persona umana. E’ la proposta rivolta a pre adolescenti (dai 12 ai 14 anni) ed adolescenti (dai 14 ai 18 anni) dall’Upee in partnership con il consultorio diocesano del Conventino, negli oratori della Bergamasca. «La nostra collaborazione dura da quattro anni – spiega Emilio Majer, coordinatore Area formazione dei consultori familiari della Fondazione Angelo Custode -. Noi ci mettiamo le competenze psicopedagogiche e sociali, mentre l’Upee la parte più pedagogica e pastorale».
Un’équipe “mista”, composta da formatori che affrontano diverse tematiche: dal riconoscimento delle relazioni affettive, che sia innamoramento o amicizia, agli aspetti che riguardano la fisiologia (solo accennati in quanto già affrontati a scuola), ai cambiamenti a livello fisico e cognitivo, ai problemi legati alla sfera della sessualità, fino alle prime esperienze connotate sessualmente e ai richiami ai temi pastorali con collegamento alle Sacre scritture e alla morale dell’antropologia cristiana. Argomenti che possono essere adattati a seconda delle situazioni, dei gruppi e dell’età dei ragazzi, in un percorso che si compone di solito di quattro incontri, svolti a frequenza settimanale o quindicinale. Non informare, dunque, ma formare, ridando spessore al tema della sessualità e facendo capire ai ragazzi che è strettamente connessa alla dimensione affettiva e relazionale.
«Il fatto che il tutto si svolga nell’ambito oratoriale – continua Majer – è molto importante: i percorsi educativi della scuola e della famiglia si devono intersecare e integrare, in questo modo è come se si facesse un percorso di educazione all’affettività e alla sessualità della comunità». I genitori vengono infatti coinvolti in questo percorso: si fa un incontro in cui si anticipano i contenuti del corso che verrà proposto ai ragazzi e viene altresì spiegato come la parte più significativa di educazione alla sessualità sia determinata e ancora mediata dai rapporti familiari e la necessità di evitare che i ragazzi, raggiunti da messaggi discordanti non opportunamente sottoposti a critica, possano essere pericolosamente disorientati. Le domande di attivazione di questo percorso non mancano: “Quando arrivano richieste dal territorio, cerchiamo di aggregare realtà diverse vicine, in modo che il lavoro formativo possa arricchire il gruppo anche in termini di visioni differenti e possa permettere di confrontarsi. Non facciamo interventi sui singoli oratori”. Viene proposto anche un training di supporto alla progettazione agli animatori dell’oratorio, che possono strutturare in questo modo una proposta formativa a livello locale con il loro aiuto: “Diamo la nostra disponibilità alla compresenza, integrando il percorso con esperti che vengono ritenuti più consoni. Venendo da fuori, siamo persone “neutrali”, con cui i ragazzi possono confrontarsi senza essere giudicati. Siamo aperti al dialogo e se si presentano dei problemi, sanno che ci sono degli adulti di riferimento a cui rivolgersi. Vediamo da parte degli animatori l’idea di sentirsi valorizzati e legittimati a trattare temi non facili da affrontare, in più loro hanno il vantaggio di un rapporto continuo e diretto con i ragazzi. E si possono aprire dialoghi diversi a seconda di chi si è come animatori, in quanto la loro età è variabile: da quelli poco più grandi dei ragazzi che formeranno, agli adulti. Dall’altra parte i ragazzi mostrano molto interesse per queste tematiche: a scuola spesso è più difficile affrontarle perché vi è più imbarazzo, mentre in oratorio vi è un’adesione più attenta”.

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