La storia di Letty, dall’Eritrea a Zogno: «Ora aiuto altre persone come me»

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Quando si parla di immigrazione e di integrazione è facile perdersi nelle statistiche o nelle polemiche politiche, spesso dimenticando i volti e le situazioni di chi lascia il proprio Paese per cercare un futuro migliore. Questa settimana nel dossier raccontiamo quattro storie di integrazione, di persone che, nonostante tutto, ce l’hanno fatta.
In provincia di Bergamo, a Zogno, pulsa un cuore eritreo. Nel paese brembano c’è infatti una piccola comunità, proveniente proprio dalla nazione africana, di cui fa parte anche Letteyosief Tesfalidet. Conosciuta da tutti come Letty, è arrivata in Italia nel ’94 per motivi di studio e  proprio qui ha conosciuto suo marito. Vivono a Zogno dal 2002 e, dopo essere stati accolti, da qualche anno sono loro stessi che provano a restituire “il favore”, dando una mano a parenti e amici in fuga dalla dittatura eritrea e dal servizio militare obbligatorio a vita.
Ricevere del bene è sicuramente un dono prezioso, saperlo condividere con chi ha a sua volta bisogno, invece, non è per niente scontato. Nel mondo di oggi, dove tutto sembra essere dovuto, uno dei principali dettami della carità cristiana, la restituzione, è purtroppo nella vita quotidiana di pochi. Sicuramente, però, non manca in quella di  Letty: «Nel ’94 – racconta – sono arrivata a Roma dall’Eritrea per motivi di studio. Mi sono laureata in scienze religiose e, proprio nella capitale, ho conosciuto Kabreab, mio connazionale studente in teologia. Ci siamo sposati e dal 2002 viviamo a Zogno, con nostra figlia che ora ha 13 anni». Dalla metropoli cosmopolita al piccolo paese brembano, un cambiamento difficile. Una strada verso l’integrazione lunga e complicata, che tuttavia non ha spaventato la coppia.  «All’inizio adattarsi al nuovo tipo di vita non è stato facile ma, fin da subito,  ci siamo messi in gioco, proprio perché sapevamo che quello era il migliore modo di integrarsi. Ad esempio, pur avendo studiato con l’obiettivo di diventare insegnanti, non potevamo tuttavia aspirare a svolgere questo mestiere, poiché non italiani. Ci siamo perciò adattati, ma va benissimo così: mio marito infatti lavora come muratore, io invece assisto gli anziani presso la casa di riposo del paese». Un passo indietro, proprio perchè nulla è dovuto. «Non abbiamo preteso niente: l’integrazione a Zogno è stata perciò naturale e spontanea. In primo luogo, essendo cristiani praticanti, io e Kabreab abbiamo iniziato a seguire le messe in parrocchia e, in questo modo, a prendere parte alle attività  della comunità, tanto da entrare nell’orbita dell’oratorio, come catechisti. La gente  ha cominciato piano piano ad interessarsi alla nostra storia, andando oltre i pregiudizi: in molti ci hanno dato testimonianza di vicinanza e ora a Zogno ci conoscono praticamente  tutti. Lo stesso discorso vale anche per nostra figlia tredicenne che ha tanti amici a scuola e, nel tempo libero, pratica pallavolo e danza  con le coetanee nella più serena spensieratezza». Sembra una sorta di lieto fine, ma proprio qui si apre un nuovo capitolo nella vita della coppia che, in segno di gratitudine, ha deciso di rimettersi in discussione. «Siamo consapevoli di essere fortunati. In Eritrea la situazione non è cosi rosea poiché il paese vive, dal ’94, sotto la dittatura di Iasaias Afewerki. Nessuna delle principali forme di libertà, da quella di espressione alla religiosa, è perciò garantita e le prigioni sono piene di oppositori. Per quanto riguarda la politica estera, dopo anni di conflitto ufficiale con l’Etiopia, tra le due nazioni vige ancora oggi una sorta di guerra fredda, che ha portato alla morte di molti giovani. In Eritrea infatti c’è il servizio militare obbligatorio a vita e  i ragazzi perciò sono costretti, conseguita la maturità, ad imbracciare le armi, rinunciando così ad un’esistenza normale. In molti partono verso il fronte, ma pochi sopravvivono. Ogni famiglia ha i suoi morti: io, per esempio ho perso mio fratello, mentre svolgeva il servizio militare. Inoltre, anche dal punto di vista umanitario l’Eritrea è in ginocchio e molte persone tentano quotidianamente  di scappare da questo inferno, in cerca di un futuro migliore, ma il più delle volte  il loro viaggio della speranza si  conclude con la morte, nel Sahara o nel Mediterraneo». Negli ultimi anni, quando le frontiere europee non erano chiuse, per quelli che riuscivano a raggiungere l’Italia Zogno diventava una sorta di tappa obbligatoria, prima di continuare la migrazione verso le più svariate aree del continente.  «Fino a poco tempo fa, infatti, casa nostra è stata un via-vai di amici e conoscenti, in fuga dalla dittatura eritrea.  Li ospitavamo da noi  per periodi più o meno lunghi, garantendo un luogo in cui sentirsi protetti e sicuri. Fornivamo  loro vestiti e beni di prima necessità, oltre che l’aiuto per intraprendere la seconda parte del viaggio. Ora tutto ciò sarebbe impossibile, perché la situazione delle frontiere è ben diversa ma, nel nostro piccolo, cerchiamo comunque di fare qualcosa per gli altri. Da qualche mese, per esempio, ospitiamo da noi Elena, orfana di mio fratello morto al fronte. È arrivata in Italia dall’Etiopia, tramite un corridoio umanitario della Comunità di Sant’Egidio, e proprio a loro ho chiesto, in via ufficiale, di portarla a Zogno». Il tutto in nome di ideali che Letty non fatica a spiegare. «Pur nella semplicità della nostra vita, credo che ci siano dei valori da preservare a ogni costo. La bellezza della diversità è qualcosa di importante e fondamentale. Proprio da essa si genera una ricchezza senza la quale pensare ad unità e integrazione sarebbe impossibile. Io e mio marito, nel nostro piccolo, abbiamo provato a restituire un po’ del bene ricevuto, proprio perché crediamo nell’importanza di andare incontro agli altri, soprattutto quando hanno bisogno».
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