L’arte di ammirare i fiori, il coraggio e l’ispirazione. C’è molto da scoprire sulla felicità

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I giapponesi chiamano “Hanami” l’arte di ammirare i fiori, che si pratica in un particolare periodo dell’anno – la primavera – e che racchiude uno stato d’animo che sa di sospensione e armonia. È un invito a fare spazio dentro di sé per ascoltare e accogliere la bellezza del paesaggio. Sono molte le suggestioni che si possono raccogliere da un’attività di questo genere: quelle più ovvie, come la rinascita e il risveglio della natura, l’inizio della primavera, ma anche la caducità e la fragilità della vita, perché i fiori, dopo pochi giorni di splendore, appassiscono e cadono. Non è un caso che questa pratica oggi sia di gran moda. Stare in silenzio e osservare uno spettacolo così affascinante, infatti, offre qualcosa di importante, di impagabile, di cui si sente – nella frenesia contemporanea – un gran bisogno: emozione, ispirazione, gioia.

Nella giornata della felicità indetta dall’Onu ci hanno detto che per essere felici bisogna mangiare bene (soprattutto la pizza), fare shopping, offrire un dono a qualcuno. Azioni semplici, alla portata di tutti, che però hanno a che fare con il consumo più che con l’anima delle persone: “La felicità oggi è un’industria plurimiliardaria” scrive Tiffany Watt Smith nel suo “Atlante delle emozioni umane”.

C’è un altro tipo di felicità che appartiene all’esperienza cristiana, Papa Francesco lo ricorda continuamente: “Un cristiano non può mai essere annoiato o triste. Chi ama Cristo è una persona piena di gioia e che diffonde gioia”. Il Papa spiega meglio di che genere di felicità si tratta in un’omelia pronunziata a Santa Marta il 28 maggio dell’anno scorso:  «In una cultura non gioiosa che inventa di tutto per spassarsela, offrendo dappertutto pezzettini di dolce vita» si trova la vera gioia del cristiano, che «non si compra al mercato» ma è «un dono dello Spirito», custodito dalla fede e sempre «in tensione tra memoria della salvezza e speranza».

La parola chiave, quella che torna anche nell’«hanami» è proprio la speranza, che proietta luce sull’orizzonte. Ed è questa la sensazione che ci portano non soltanto i fiori, in questi primi giorni di primavera, ma anche i “segni” che leggiamo nella realtà attuale e che influenzano il nostro sguardo sul futuro.

Settimana scorsa, al cinema, prima di vedere un film, siamo rimasti colpiti dallo spot di una nota azienda di tecnologie digitali: metteva in scena televisori pieghevoli e riavvolgibili (come le tende), intelligenze artificiali, videogiochi che riportano i ragazzi in piazza per giocare insieme, ma con le spade laser e gli occhiali della realtà aumentata. Quelle immagini così ben costruite ci hanno fatto pensare alle infinite possibilità che la scienza e la tecnica offrono all’uomo di oggi, e insieme alla sproporzione con le diseguaglianze, la paura, la solitudine, le ingiustizie, lo smarrimento che la società contemporanea sperimenta nello stesso momento.

In questo contesto la manifestazione dei ragazzi per i cambiamenti climatici ci è sembrato proprio uno di quei “segni”, come i ciliegi. Certamente, come molti hanno scritto, i loro messaggi sono ingenui, forse non li mettono sempre in pratica con comportamenti concreti nella vita di tutti i giorni, forse non lo fanno nemmeno i loro genitori accompagnandoli a scuola in macchina e portandoli al fast food. D’accordo. Forse Greta Thunberg, come molti dicono, non è “vera” ma “costruita”. Sarà, ma non importa. Il fuoco non divampa dove non c’è combustibile, lei è stata una scintilla. Quello che noi ascoltiamo e vediamo, come l’hanami giapponese, sono bambini e ragazzi che stanno imparando che cosa significa credere in un futuro migliore e lottare per costruirlo, che cosa significa alzare gli occhi dallo smartphone, guardarsi intorno, chiedersi cosa succede nel mondo, che cosa implica “alzarsi dal divano e mettersi le scarpe” come li ha invitati a fare Papa Francesco. C’erano tanti oratori – con i curati in prima fila – per le strade quel giorno e la loro presenza aveva molto a che fare con il coraggio, con la speranza e con i “segni”.

L’augurio è che questa possa essere un’ispirazione, come gli alberi fioriti, che spinga anche gli adulti ad aprire gli occhi e le frontiere del pensiero, a non ripiegarsi soltanto sui propri bisogni. Forse, più che l’emozione del momento e la “dolce vita”, vale la pena di cercare, come scrive ancora Watt Smith «una vita “prospera”, che ci impone di esercitare il coraggio (cosa che può essere difficile), la compassione (cosa che può farci provare tristezza di fronte ai disagi altrui), la gratificazione non immediata (cosa per cui si può conoscere la frustrazione dell’attesa). Una vita prospera non è fatta tutta di nuotate e battute di pesca in Norvegia, però potrebbe rivelarsi più soddisfacente».

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