Christian: “Sono fuggito dalla guerra in Costa d’Avorio, mi sono fermato a Roncobello”

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Narrare ciò che è locale per comprendere, in modo chiaro, un fenomeno globale, attraverso il filo rosso della memoria e dell’arte. È l’idea alla base de «Il comandante di Roncobello»: documentario, ad opera del bergamasco Pietro Bonfanti, sulle vicende che hanno portato Christian Rodolf Kelignon, immigrato ivoriano, dall’Africa fino in Italia. «Tutto inizia con l’incontro con il collega Yousef Naili, presso il Cas di Vedeseta – racconta Pietro Bonfanti, 31 anni, una laurea in Scienze dell’educazione socioculturale e una in Arti visive, da tempo operatore addetto all’accoglienza della cooperativa Ruah –. È lui a parlarmi di Christian, che aveva conosciuto durante un periodo in cui aveva lavorato al Cas di Roncobello. Mi dice che Christian, durante il suo soggiorno a Roncobello, ha scritto un libro in cui narra del suo viaggio, ma anche della crisi in Costa d’Avorio successiva alle elezioni del 2011, della situazione in Libia e delle vicende post-coloniali in Africa. Decido quindi di conoscerlo e gli propongo di girare un documentario». Un filmato di 43 minuti, quello di Bonfanti, il cui intreccio si snoda fra la quotidianità vissuta da Christian e la storia raccontata dal suo libro e che viene girato fra Roncobello e Caprino, presso lo studio dell’artista Afredo Colombo. «Nel documentario, intervengono le persone con cui Christian, ogni giorno, ha a che fare – spiega Bonfanti –. Trovavo necessario, però, ambientare parte del video in un luogo evocativo, che potesse far risaltare l’identità sensibile e intellettuale di Christian: questo posto l’ho scovato nello studio dell’artista Alfredo Colombo, con il quale sono legato, da qualche anno, da una bella amicizia. Del resto, Alfredo lavora da tempo sul tema della memoria e della guerra, attraverso un linguaggio emotivo e brillante: il suo studio è un pozzo di tesori». Un incontro, quello fra Christian e Alfredo Colombo che dà i suoi frutti: «All’inizio ho accettato la proposta di Pietro giusto per fargli un piacere – afferma l’artista Alfredo Colombo –, ma, devo dire, che, alla fine, il piacere è stato tutto mio. È stato importante, per me, accogliere Christian, confrontarmi con lui e con la sua storia. Il documentario può diventare una testimonianza preziosa contro l’odio, la paura, l’ostilità verso gli stranieri. Ma è anche l’esempio di come l’arte può favorire l’incontro, anche fra culture lontane e far risaltare ciò che le accomuna. La mia arte non è figurativa: è un’arte “povera”, materica, che si ispira al mondo contadino. È stato bello vedere come Christian riconoscesse in questo mondo bergamasco di un tempo quello da cui proviene». Un intreccio di storie, secondo il regista: «Il documentario vuole anche essere un modo per raccontare l’accoglienza in Valle Brembana  – tiene a dire Bonfanti –. Far scoprire il fenomeno della migrazione umana, per cercare di far comprendere che la storia di ognuno di noi, in realtà, non è mai individuale, ma si unisce ai percorsi di altre persone». E di questo ne è convinto pure Christian: «Nel laboratorio di Alfredo ho notato delle analogie con alcuni aspetti dell’arte africana – afferma Kelignon, 34 anni, appassionato di storia –. Se l’arte degli uomini è dunque la stessa, significa che anche gli uomini sono uguali. E questo nonostante incomprensioni, violenza e guerra». Proprio la guerra lo ha spinto, nel 2016, a emigrare in Italia. «È la guerra civile scoppiata nel 2011 in Costa d’Avorio che mi ha costretto a lasciare il mio Paese – continua Kelignon –. Quando sono arrivato in Italia ho incominciato a scrivere, perché la gente deve sapere che in Africa manca libertà e democrazia e che, anche grazie alla complicità di alcune potenze europee, Francia in primis, gli africani sono ormai abituati a soprusi e colpi di stato. Spero che il documentario possa veicolare un messaggio di pace, che possa far comprendere allo spettatore il fenomeno dell’immigrazione, la condizione di vita del mio popolo. E spero un giorno di poter trovare qualcuno disposto a pubblicare il mio libro».

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