Yoon C. Joyce, da Bergamo al cinema per raccontare una realtà che cambia

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«Fino a cinque o sei anni fa, dall’Italia ricevevo esclusivamente proposte per ruoli stereotipati e molto marginali: per capirci, il ruolo del cinese sfigato che arriva in Italia e parla con la L al posto della R. E sai cosa? Quando facevo presente la cosa, mi si rispondeva sempre con una sorta di candore: “Perché, che altro vuoi fare?”». A parlare è Yoon C. Joyce, classe ’75, attore di origini sudcoreane e bergamasco di adozione che è stato invitato come ospite d’onore alla 13^ edizione dell’Integrazione Film Festival – IFF di Bergamo. La rassegna di cinema internazionale promossa da Cooperativa Ruah è dedicata alla narrazione cinematografica di storie di integrazione, identità e incontro-scontro tra culture diverse e si svolgerà dal 10 al 14 aprile a Bergamo e a Sarnico: quest’anno, padrino del festival sarà proprio Yoon C. Joyce, nella tripla veste di attore (ha all’attivo più di 40 film con attori e registi tra i più celebri, come Martin Scorsese, Leonardo di Caprio e Ridley Scott), bergamasco e rappresentante diretto di una società che muta. E che cerca persone che la sappiano raccontare nella sua complessità, superando la narrazione per stereotipi e lasciando invece spazio a chi cerca invece di superarli, mettendo sul tavolo le carte vincenti della passione, della tenacia e – perché no – anche di un’identità culturale composita e ricca. Proprio come ha fatto Yoon.

Coreano, bergamasco, cittadino del mondo
Quando gli chiediamo di raccontarci il suo percorso, Yoon C. Joyce – all’anagrafe Yoon Cometti – chiarisce subito una cosa: «Sono stato adottato da una famiglia bergamasca quando avevo tre mesi, quindi non sono un “migrante” in senso classico, con tutto un proprio vissuto personale precedente. Sono al 100% italiano, ma con lineamenti asiatici. E al tempo della mia adozione, quarant’anni fa, ero probabilmente uno degli unici bambini asiatici a Bergamo e dintorni». Un problema che per Yoon in realtà non è mai stato tale, visto che grazie al lavoro del padre ha passato gran parte della sua infanzia all’estero (tra Arabia Saudita, Algeria e Austria), immerso in contesti multiculturali. «In classe ho sempre avuto compagni da tutto il mondo – racconta – : il primo commento negativo per le mie connotazioni fisiche l’ho ricevuto in Italia. È stato in quel momento che ho realizzato di essere “diverso”, perché prima, in altri contesti, non ci avevo mai fatto caso».
Il mondo del teatro, dell’improvvisazione e della recitazione Yoon lo scopre un po’ per caso quando è ancora piccolo: si trovava in Arabia Saudita con la famiglia e nel quartiere italoamericano dove risiedeva era abitudine organizzare attività ricreative per i bambini, così che potessero sfuggire alle atroci temperature esterne e svagarsi. «Avevo la gamba ingessata e non potevo fare sport, così la scelta è caduta sul teatro – spiega Yoon, ridendo -. All’inizio è stata una cosa decisamente astiosa, perché ho sempre avuto e ho tutt’ora pochissima memoria… Poi però la mia insegnante mi ha detto che potevo improvvisare, sempre restando ovviamente entro i limiti del copione, e allora è diventato una specie di gioco, in cui potevo essere ciò che volevo». Negli anni a venire, Yoon ha proseguito con le scuole di teatro e – tolto il quinquennio all’istituto per geometri frequentanto più per accontentare i genitori che per reale passione – ha continuato a nutrire la sua arte in giro per il mondo, approfondendo approcci diversi alla cinematografia e frequentando anche il Centro Teatro Attivo di Milano, l’Actor Studio di New York e corsi a Roma e Los Angeles. Ha lavorato nel cinema in America (tra i film più celebri nei quali è comparso, ci sono “Gangs of New York” ed “Everest”) e in Italia, comparendo sul grande e piccolo schermo, in serie tv e in teatro. «Ho iniziato con ruoli marginali in piccole produzioni indipendenti americane: parti piccole ma, con il passare del tempo, sempre meno stereotipate. Oggi c’è la possibilità di costruirsi un personaggio che vada al di là del classico “cameriere cinese” o “mafioso cinese”, e questo mi fa capire che sto percorrendo la strada giusta. Prima ero solo in questa mia battaglia personale, adesso ci sono molte più persone che ne combattono una analoga». Ecco perché, aggiunge, è onorato e contento di essere stato invitato come ospite d’onore al festival bergamasco: «dopo tutto il mio girare, è un tornare a casa».

Etnie e stereotipi scomodi
Il problema della stereotipizzazione di volti “altri” dai classici caucasici è uno degli aspetti che più penalizza il cinema italiano, relegandolo a fanalino di coda nel contesto internazionale: «in passato il cinema italiano ha fatto la storia – ammette Yoon -, ma nel 2019 il 99,0% del cast dei film del nostro paese è ancora bianco. Quando mai sul grande schermo si è visto ad esempio un attore protagonista africano, che parli perfettamente italiano e non faccia la parte del povero immigrato clandestino o dello spacciatore marginalizzato?». Eppure questo non è che uno specchio della realtà, perché «se ci guardiamo attorno, non vediamo mai neppure poliziotti neri, o asiatici. Eppure il cinema potrebbe farsi messaggero anche di altri valori. Di altre realtà possibili».
L’attore italocoreano racconta, riferendosi alla sua esperienza personale, anche altri episodi simili: ad esempio quando, dopo una tournée teatrale, gli si avvicinavano persone in lacrime per fargli i complimenti a suon di “non mi rendevo neanche più conto che tu fossi asiatico”: «Non ho letto razzismo in queste parole, erano molto genuine – commenta Yoon – ma certo fanno riflettere».
Si tratta comunque di una realtà che sta cambiando, su questo Yoon C. Joyce non ha dubbi, e anzi è ottimista sulle nuove strade con cui il cinema del futuro potrà farsi veicolo di istanze innovative: «Quello che posso fare io è portare un nuovo modello di personaggio sullo schermo – conclude l’attore -. All’inizio non è facile e ci si sente sempre in difetto, ma poi si capisce che questa presunta debolezza è in realtà una grande arma per la propria battaglia. Un’arma forte. E che il meglio deve ancora arrivare, per tutti».

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