24 aprile: memoria del genocidio (dimenticato) degli armeni. Un dialogo con Antonia Arslan

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Foto: cimitero di Noraduz in Armenia

Quando  guardiamo con lucidità al Novecento, non è difficile riconoscerlo come il secolo dei genocidi. Se è vero che stermini di massa ci sono stati lungo tutta la storia dell’umanità, è solo nel Novecento che la particolare miscela di razionalità totalitaria, di nazionalismo e di modernità ha generato la specialità del genocidio.  Il termine fu coniato, nel 1944, da un giurista polacco-americano – Raphael Lemkin –  in riferimento a quanto stava accadendo nei confronti degli ebrei. Egli coniò la parola “genocidio” unendo il prefisso geno-, dal greco razza o tribù, con il suffisso –cidio, dal latino uccidere. Nel proporre questo nuovo termine, Lemkin aveva in mente “l’insieme di azioni progettate e coordinate per la distruzione degli aspetti essenziali della vita di determinati gruppi etnici, allo scopo di annientare i gruppi stessi”.

L’anno seguente, il Tribunale Militare Internazionale, che aveva sede nella città tedesca di Norimberga, accusò alcune tra le massime autorità naziste di “crimini contro l’umanità” e la parola “genocidio” venne inclusa nell’atto d’accusa. Quello che non si sa è che Lemkin, fuggito negli Stati Uniti mentre la sua famiglia veniva eliminata ad Auschwitz, elaborò quel concetto studiando quanto, più di vent’anni prima, nel silenzio generale, era stato perpetrato nei riguardi di un popolo sconosciuto ai più: il popolo armeno. In Turchia, tra il 1894 e poi 1896, e in particolare dal 24 aprile 1915 – data importantissima per la memoria armena – si è assistito, in modo brutale, alla cancellazione di un’intera minoranza e  nonostante tutti i negazionismi, di ieri e di oggi, quello armeno è oggi ricordato come il primo genocidio moderno.

Il primo popolo cristiano

La storia degli armeni non si può capire se non partendo dalla loro fede. Dal momento del primo annuncio cristiano in terra armena, che la tradizione attribuisce agli apostoli Bartolomeo e Taddeo, al tempo della conversione dell’intero popolo – primo al mondo – al cristianesimo (siamo nel 303!), fino al totale accerchiamento del regno armeno da parte di eserciti e popoli musulmani, le vicende di questo popolo sono una testimonianza straordinaria di fedeltà al messaggio evangelico, pagata duramente, anche a costo della vita stessa.

Gli armeni resistettero con coraggio all’invasione arabo-musulmana, crearono tra IX e XI secolo un fiorente regno cristiano, entrarono in complesse relazioni con Bisanzio e con i crociati, fondarono fra le montagne del Tauro e il golfo di Alessandretta, vale a dire nella regione chiamata Cilicia, un regno della cosiddetta “piccola Armenia” che si mantenne, con alterne vicende, fino al Seicento quando gran parte dell’ Armenia entrò a far parte dell’ Impero Ottomano. Armena era Edessa (oggi Urfa in Turchia), la città del “mandylion” della Veronica, armena è la grande montagna dell’Ararat (5156 metri) dove la leggenda e alcuni archeologi contemporanei pongono i resti dell’Arca di Noè, armeni erano i molti mercanti che, fieri della loro appartenenza alla fede cristiana, commerciavano nel mondo allora conosciuto.

Il genocidio da parte dei Giovani Turchi

La dominazione straniera più lunga per l’Armenia è stata quella dei turchi che vi penetrarono per la prima volta nove secoli fa e pian piano la soggiogarono. Verso la fine del diciannovesimo secolo le persecuzioni contro gli armeni da parte dei turchi aumentarono di intensità e ferocia, raggiungendo il loro culmine sotto il regno del sultano Abdul Hamid II che, alle richieste degli armeni di ottenere riforme volte a tutelare le loro vite, le loro persone e i loro beni, rispose con dei massacri di massa nel corso dei quali, dal 1895 al 1897, reagì trucidando trecentomila armeni.

Parallelamente al declino dell’Impero Ottomano, sul finire del diciannovesimo secolo, iniziò a svilupparsi un forte movimento nazionalista, quello dei “Giovani Turchi”, che diede origine al partito “Ittihad ve Terakki” (Unione e Progresso) che si impadronì del potere nel 1908 e lo mantenne per dieci anni. Scopo principio dei “Giovani Turchi” era la creazione di un grande impero panturco che inglobasse tute le popolazioni turche, dal Mar Egeo ai confini della Cina.

Gli armeni, situati a mò di cuneo fra i turchi dell’Anatolia e quelli del Caucaso, costituivano un’isola non turca in mezzo al grande mare delle popolazioni turche. Erano perciò un ostacolo alla realizzazione di questo progetto e fu quindi stabilito di sterminarli per poter cosi creare la Grande Turchia. L’occasione per realizzare questo piano di sterminio si presentò con lo scoppio della Prima guerra mondiale: le potenze europee, impegnate nella guerra, non potevano interferire nelle faccende interne della Turchia.

Prima vennero massacrati gli intellettuali, poi i sacerdoti, i dirigenti politici e sindacali, infine le persone comuni. Nelle città e nei villaggi abitati dagli armeni rimasero solo donne, vecchi e bambini. Per loro venne decretata la deportazione. Costretti ad abbandonare le loro abitazioni furono obbligati a camminare per centinaia di chilometri. Vittime di bande di malfattori, fatti uscire appositamente dalle carceri per costituire la famigerata “Teskilate maksuse” (Organizzazione Speciale) il cui compito era lo stermino degli armeni. Morirono più di un milione e mezzo di armeni, la quasi totalità di quelli presenti in Turchia.

Oggi gli armeni nel mondo sono otto milioni e mezzo: più di cinque milioni vivono nella “diaspora”, tre milioni nell’attuale Armenia, stato nato nel 1991 dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica. La capitale è Erevan mentre il  territorio – 30.000 kmq – è un decimo di quello originario.

Il racconto del nonno

A togliere il velo sul genocidio oltre a insigni storici è stata anche una scrittrice italiana: Antonia Arslan.  Per molti anni docente di Letteratura Italiana all’Università di Padova, si è fatta conoscere al grande pubblico nel 2004 per quel suo libro, magnifico, doloroso e  tremendo che è “La masseria delle allodole”, di cui, tre anni dopo, i fratelli Taviani ne hanno fatto un’opera cinematografica.

Con la “Masseria”, e con i romanzi successivi – La strada di Smirne e il più recente Il rumore delle perle di legno – Antonia, di origine armena, ha fatto conoscere al mondo intero, tramite la storia della sua famiglia, la crudezza del più dimenticato dei genocidi.  Ha alzato il velo, su una storia scomoda, rendendo giustizia a migliaia di vittime senza nome. Lo ha fatto non da storica, di professione, ma con l’orgoglio – lei lo scrive spesso – dei cantastorie. I suoi libri sono memorie ascoltate e tramandate, di generazione in generazione.

Per lei è stato fondamentale la narrazione di suo nonno

Si, è vero anche se per tanti anni dei racconti di mio nonno Yerwant non avevo quasi memoria. Mi ricordavo solo una grande estate con lui; mi ero ammalata di una strana e misteriosa febbre di cui non si riusciva a trovare la causa. A un certo punto, mio nonno venne nella mia camera. Mi disse che aveva trovato la penicillina. Mi informò che sarebbe stata un’esperienza dolorosa (ne avrei dovute fare 36!) e che mi avrebbe dato 50 lire a puntura. Ne volli 100, poi ci accordammo per 75 lire. Era un bravo medico, aveva 85 anni all’epoca. Disse a mio padre, che pure era medico: «La bimba la porto io in convalescenza perché tu non sei capace di seguirla». Mi portò in montagna, dove mi ristabilii.

Durante il nostro soggiorno, quel vecchio signore anatolico mi raccontò la storia della masseria e del massacro del suo popolo. Questa storia è così piena di luci, di elementi, di colori, di feste in famiglia e poi… l’improvviso irrompere dell’orrore. Non c’è niente di nuovo in queste storie: quante ne abbiamo ascoltate? Eppure per te è tutto nuovo, perché si tratta della tua storia, della tua famiglia.

Diversi anni dopo, ebbi modo di  leggere che i giovani armeni di terza generazione cominciavano a domandarsi perché nessuno  ne parlava, perché questa cappa di silenzio. Si parlava della Shoah, ma non della scomparsa del popolo armeno. Era accaduto solo vent’anni prima; Hitler stesso, secondo alcune fonti storiche, ne accennò con i suoi ufficiali: «Noi possiamo fare quel che vogliamo. Chi si ricorda oggi dello sterminio degli Armeni?». Quando cominci a guardare dentro la Storia, tutto si collega.

I soldati tedeschi erano in Anatolia nella Prima Guerra Mondiale;  Hitler era altrove, ma tra camerati si parlavano. Ci sono infinite testimonianze di soldati tedeschi inorriditi da quanto vedevano fare agli Armeni da parte dei Turchi. Furono testimoni passivi o attivi del genocidio? Si sta ancora discutendo. Di certo, passivi lo furono.  Comunque, tornando a mio nonno il suo racconto fu decisivo. Il viola del glicine, l’orrore del sangue, la testa decapitata di suo fratello gettata addosso alla moglie. Sangue, carne, vita e morte mi hanno fatto capire che, in qualche modo, dovevo parlarne. Mio nonno sopravvisse per miracolo; in seguito, si richiuse in se stesso, col suo fardello di dolore. Studiò a Venezia, divenne uno dei medici più importanti d’Europa. Ha voluto preservare i suoi figli; si aprì solo con me, una bambina, a ottant’anni suonati.

Perchè si parla molto dello sterminio degli ebrei e cosi poco del genocidio armeno?  

Perchè il genocidio degli ebrei è stato commesso da una nazione che poi è stata clamorosamente sconfitta. Nel momento della sconfitta si sono aperti i campi di concentramento, è stato divulgato tutto, tutti sono venuti a saperlo e gli ebrei giustamente non hanno permesso che venisse dimenticato, come cerchiamo di fare noi. Inoltre, mentre per loro c’è stata la nascita dello stato d’Israele, quindi una realtà statuale che esisteva, l’Armenia aveva sì uno stato ma era uno degli stati dell’Unione Sovietica e quindi impossibilitato a muoversi per conto proprio. C’è da mettere in conto poi il negazionismo della Turchia e il comodo silenzio degli stati occidentali.

Quali sono le ragioni per cui ci si ostina a negare ciò che è accaduto?

Credo per orgoglio nazionalistico; ma anche perché il generale Mustafà Kemal, poi chiamato Ataturk (padre dei turchi), quando riunificò il paese dopo i tentativi di smembramento seguiti alla sconfitta subita durante la grande guerra, pur avendo riconosciuto in un primo tempo, in alcune interviste che si sono per fortuna conservate, l’orrore di quanto accaduto, in seguito ricostruì lo Stato servendosi anche di una legione di funzionari, militari, poliziotti, che avevano operato durante il governo precedente, spesso macchiandosi di crimini efferati contro le minoranze: armeni certo, ma anche assiri e greci. L’operazione di pulizia etnica nei riguardi delle minoranze, poi, proseguì dagli anni Trenta del secolo scorso fino ad oggi con il tentativo di assimilazione dei curdi, cui venne proibito perfino di usare la loro lingua e i loro nomi di famiglia. Ma questa è un’altra storia!

Nei suoi libri incontriamo molti personaggi femminili. Come mai tante donne armene si sono salvate dal genocidio, mentre gli uomini no?

In verità, il diverso destino degli uomini e delle donne è proprio la caratteristica specifica del genocidio degli armeni, un pò come le camere a gas di quello degli ebrei, la Shoah. L’annientamento della minoranza armena dell’Asia Minore fu organizzato con estrema, chirurgica precisione. In ogni città, in ogni paese o villaggio, prima venivano convocati, torturati e uccisi gli uomini; subito dopo le donne venivano avviate alla deportazione, che non era però un vero spostamento, quanto piuttosto una “destinazione verso il nulla”, cioè venivano avviate a una lenta morte per fame, sete, rapimenti, stupri, maltrattamenti. Le ragazze e le adolescenti venivano rapite, e moltissime finirono per sempre in famiglie turche, sposate e convertite a forza, Quelle che riuscirono a sopravvivere dimostrarono effettivamente enorme coraggio e una capacità di adattamento straordinaria in circostanze così terribili.

I suoi libri nonostante la tragedia che raccontano presentano squarci di speranza, persone che, nonostante tutto, si aprono alla pietà e alla compassione.

Se da bambino ascolti tante volte, come è accaduto a me, una vicenda orribile, la fai diventare come una storia di bambini; e quando questa “storia” la racconti di nuovo, tendi quasi naturalmente a “trasfigurare” i particolari. Altrimenti l’angoscia eccessiva, onnipervasiva che ne promana, sarebbe difficile da sopportare. E soprattutto tenderebbe a nutrirsi di sé stessa e a trascinare alla disperazione, verso il nulla. E io non voglio. Vede, fin da ragazza mi è rimasta impressa una bellissima poesia di Dylan Thomas: Rifiuto a piangere la morte per fuoco di una bambina a Londra. Thomas, a un certo punto, dice: «After the first death there is no other», «Dopo la prima morte non ce ne sono altre».

Certo, esiste anche la “morte seconda”, quella dell’anima. Ma pensando alle atrocità subite dal popolo armeno, ai bimbi trucidati, alle donne che subirono ogni sorta di violenza, ai vecchi lasciati morire nel deserto, agli uomini passati per le armi, non c’è altra alternativa: o quella tragedia è un giudizio senza appello e l’ultima parola è il male e il nulla; o l’ultima parola è la misericordia di Dio per quelle anime. Solo questa prospettiva può togliere al racconto di una vicenda così terribile la sensazione che al male non vi sia scampo. È per questo che alla fine, anche per chi resta, sono vere le parole: et Iesum post hoc exilium ostende, che si recitano nella Salve Regina.

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