Oltre gli abusi nella Chiesa. Roberto Beretta: «Dagli scandali una possibilità di cambiamento»

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Nel volume “Oltre l’abuso” (Àncora Editore 2019, Collana “Saggi”, pp. 144, 16,00 euro) di Roberto Beretta, il saggista e giornalista dell’”Avvenire” si domanda se “Lo scandalo della pedofilia farà cambiare la Chiesa”, come recita il sottotitolo del testo.
Una riflessione coraggiosa su un argomento che colpisce per la sua gravità, e attuale anche alla luce del recente summit in Vaticano voluto da Papa Francesco (21 – 24 febbraio), dal titolo “La protezione dei minori nella Chiesa”. Alla presenza dei presidenti delle conferenze episcopali del mondo e dei responsabili dei diversi ordini religiosi, nel summit si è parlato degli abusi sessuali compiuti dagli ecclesiastici sui bambini e sugli adolescenti.
Con un Motu Proprio e una nuova legge il Pontefice ha rafforzato le norme, che entreranno in vigore dal primo giugno, “per prevenire e contrastare gli abusi contro i minori e le persone vulnerabili”, nell’ambito della Curia romana e nello Stato della Città del Vaticano.
Del Motu Proprio di Bergoglio, della Conferenza in Vaticano e di come lo scandalo della pedofilia possa trasformarsi in una “chance” per la Chiesa, in un punto di rottura necessario con il passato, ne parliamo con Roberto Beretta, che ha scritto più di venti libri soprattutto di argomento storico e religioso.
Quali sono le linee guida del Motu Proprio sugli abusi ai minori i cui principi e norme valgono solo per il Vaticano ma che avranno una funzione esemplare per tutta la Chiesa?
«Il Motu Proprio costituisce un giro di vite molto significativo dal punto di vista delle procedure per contrastare gli abusi, basta pensare che d’ora in poi si dovrà procedere anche d’ufficio (è noto che non sempre le vittime hanno la forza di sporgere denuncia) e che i “pubblici ufficiali” – cioè di fatto tutti i dipendenti vaticani – sono obbligati a segnalare ai giudici le notizie di abusi di cui siano venuti a conoscenza, con l’unica eccezione della confessione. Il documento schiettamente giuridico è poi accompagnato dalle più discorsive linee guida per la protezione dei minori, che riguardano sempre i cittadini vaticani, ma sono comunque un modello per quanto è richiesto a tutte le Conferenze episcopali e alle congregazioni religiose del mondo; in pratica si stabiliscono comportamenti di estrema prudenza e rispetto delle persone durante ogni tipo di attività pastorale, al fine di evitare non solo le occasioni ma anche i sospetti di abuso».
In quale senso va interpretato il concetto-guida del saggio, cioè che lo scandalo della pedofilia è una chance per la Chiesa intera?
«Innanzitutto c’è un senso generale che è quello di tutte le crisi, cioè le crisi vanno interpretate per una crescita e non per una depressione o una chiusura. Però andando oltre, nel caso della Chiesa ci sono altri significati, secondo me prima di tutto teologico. Nella teologia della Chiesa la crisi, lo scandalo, il peccato, la debolezza sono un gradino per risalire, non un modo per affossare. Per esempio: “Gli ultimi saranno i primi”. Un capovolgimento del modo di vedere le cose, per cui anche dallo scandalo, dal peccato può e deve nascere, in una prospettiva di fede cristiana, il riscatto. Un’altra interpretazione del concetto della chance per la Chiesa è quella pratica. Ci troviamo in un momento storico che per più versi è favorevole alla revisione generale delle strutture organizzative, burocratiche, materiali della Chiesa. A cinque secoli dal Concilio di Trento che aveva sistematizzato un certo modo di essere cristiani nella società e di strutturare la Chiesa in un certo tipo di società, a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, che ha cominciato a mettere dei semi che poi non si sono sviluppati nella pratica quotidiana in modo completo, questo scandalo così vasto e drammatico della pedofilia nella Chiesa è un segno provvidenziale per dire: “Cambiamo”».
Nel testo scrive che “il maschilismo della struttura cattolica è certamente parte del problema pedofilia”. Desidera chiarire la Sua riflessione?
«Nella Chiesa la pedofilia si sviluppa soprattutto tra maschi e non è una banalità, perché invece nell’ambito laicale accade il contrario: la pedofilia viene purtroppo praticata dagli uomini soprattutto sulle femmine. Nella Chiesa l’ottanta per cento dei casi sono di chierici che abusano di bambini o ragazzi maschi. C’è da chiedersi il motivo. Le risposte che ho trovato di chi studia il fenomeno anche dal punto di vista statistico, non sono chiare o univoche. Qualcuno dice che è un fatto logistico. I preti vanno a pescare le loro vittime dove per loro è più facile e nella Chiesa ci sono ambienti prevalentemente maschili per educare i bambini. Altri parlano di motivi psicologici: il prete va a cercare la vittima tra i maschi, perché paradossalmente è percepita meno lontana anche dal punto di vista della morale, rispetto a una donna. Nella Chiesa c’è una certa sessuofobia femminile. Qualcun altro insiste che si tratta di omosessuali, i quali per questa loro caratteristica vanno a cercare le proprie vittime tra i maschi. Il maschilismo nella Chiesa è implicato, perché oggettivamente i colpiti sono soprattutto maschi. Nel mio libro parecchie volte emerge che nel fenomeno della pedofilia nella Chiesa da una parte mancano e dall’altra vengono invocate le donne. Uno dei rimedi che anche i vescovi stessi cercano di immaginare per prevenire e bloccare gli abusi, c’è quello della maggiore presenza delle donne nella fase educativa dei candidati al sacerdozio. Un rapporto più equilibrato con il mondo femminile, potrebbe aiutare a evitare che si ripetano questi odiosi episodi. In questo senso il maschilismo c’entra con la pedofilia».
Un capitolo del saggio è intitolato “Un uomo (molto) solo al comando”. A chi si riferisce?
«Mi riferisco al mondo clericale, si entra nel cuore del problema che è il clericalismo. Il clericalismo ha i suoi “vantaggi”, perché è un sistema molto strutturato che aiuta il prete a stare in piedi da solo. Il prete è l’uomo che non deve chiedere mai, perché già sa tutto, ha già tutte le risposte e a lui ci si deve rivolgere per avere queste sicurezze e certezze. Questa cosa è inculcata fin dai primi anni del seminario e fa parte del sistema clericale. Però creando delle persone così, si condannano a una solitudine che non è piacevole e in tanti casi crea problemi concreti alla psicologia e alla crescita delle singole personalità».
Per quale motivo diverse associazioni di vittime hanno criticato l’esito dell’incontro in Vaticano?
«Le vittime di abusi cercavano una rivoluzione più vistosa e immediata. Volevano un repulisti generale, un’accusa maggiore ai responsabili materiali degli abusi. Mi sembrano pretese eccessive, non si può negare che il Papa, e la Chiesa a suo traino, sta affrontando il problema con severità, con preoccupazione e con urgenza. Dopodiché una struttura elefantiaca e pluralista come la Chiesa ha anche necessità di avere alcuni tempi per metabolizzare questi passaggi. Sicuramente il summit in Vaticano è servito a sensibilizzare i vertici delle conferenze episcopali, ora questo messaggio dovrà scendere sempre più giù. Credo che noi laici questo tema nelle parrocchie, nelle associazioni non l’abbiamo mai affrontato, basta vedere come di solito reagiamo davanti a questi argomenti: o si chiudono gli occhi, oppure si dice “non ne voglio parlare” o “sono una minoranza”. Il senso generale che Bergoglio indica nella sua “Lettera al Popolo di Dio” del 20 agosto 2018 è ben diverso. Papa Francesco chiede una mobilitazione, una presa di coscienza culturale e teologico generale oltre che un’azione di preghiera, di penitenza e di consapevolezza. Il lavoro da fare è ancora lungo».
“L’universalità di tale piaga, mentre conferma la sua gravità nelle nostre società, non diminuisce la sua mostruosità all’interno della Chiesa”, ha detto il Papa al termine del summit in Vaticano. Bergoglio inoltre vuole perseguire l’obiettivo che “tutte le attività e i luoghi della Chiesa siano sempre pienamente sicuri per i minori” e che “si prendano tutte le misure possibili perché simili crimini non si ripetano”. Che cosa ne pensa?
«Il Papa ha chiesto misure concrete, non parole o chiacchiere. Del resto il summit era di natura pratica, si chiedeva ai vescovi di discutere quali fossero le misure che loro come capi episcopali dovevano mettere in campo, perché la pedofilia, lo scandalo non si ripetesse nelle rispettive chiese. Però non ci si deve solo limitare a questo. Se si va a leggere la lettera che ho citato nella risposta precedente, si vede che in quella lettera la richiesta del Papa va molto più in profondità e in larghezza. Non si chiede soltanto che non si ripetano gli abusi, ma un cambiamento ecclesiologico, cioè viene chiesto un cambiamento della Chiesa, della sua struttura e del modo di vedere se stessa e la sua gerarchia all’interno».
Il Santo Padre ha invitato a “liberarci dalla piaga del clericalismo, che è il terreno fertile per tutti questi abomini”. Concorda con il pensiero di Bergoglio?
«Certo, il mio libro è tutto fondato su questo e non lo sostengo da adesso. Per me il clericalismo è la prima piaga della Chiesa soprattutto quella italiana con la sua storia antichissima. Bergoglio sostiene che gli abusi prima avvengono per potere, quindi esattamente per clericalismo che è un sistema di casta, dove ci sono dei piani sovrapposti, a piramide, quasi incomunicabili tra loro cui si accede per merito e per investitura divina. Quindi una volta che entri nel tuo status, nessuno ti può sindacare e tu non devi rendere conto a nessuno. Questo è un sistema molto comodo per il potere, perché acquisti un potere che nessuno mai contesterà e ci sono pochi mezzi per verificarlo. Perciò il clericalismo è funzionale al potere. Bergoglio inoltre dice che la pedofilia è un abuso di coscienza, infatti, molti dei colpevoli di pedofilia hanno abusato delle vittime conoscendone i loro lati deboli e le loro difficoltà».

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