La Crocifissione bianca di Chagall: un grido contro tutti gli estremismi

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Marc Chagall ha dipinto la “Crocifissione bianca” dopo la notte dei cristalli, nel 1938. Opera di grandi dimensioni (150 x 140 cm) è conservata all’Art Institute di Chicago.

Un anno prima, nel 1937, Pablo Picasso aveva terminato “Guernica”: l’artista spagnolo, non credente, cresciuto in un Paese dalla robusta tradizione cattolica, aveva espresso nel suo capolavoro tutta la sofferenza del mondo, rappresentandola nei suoi aspetti più terribili.

Lo fa anche Chagall, ma in modo radicalmente diverso. Lui, russo, naturalizzato francese, di origine ebraica, con la sua Crocifissione lancia un grido potentissimo contro tutti gli estremismi. Un grido che ha conservato intatta la sua forza per ottant’anni, e arriva nella Pasqua di oggi con la stessa intensità.

Non c’è quiete sul calvario. Sul volto di Gesù crocifisso – il cuore del quadro – è sceso il silenzio. Gli occhi chiusi, le membra abbandonate. Il lungo sonno della morte (in somno crucis) l’ha avvolto in un abbraccio che mostra un’illusoria, bizzarra dolcezza. In quel corpo dormiente, però, nel suo pallore luminoso, si intuisce l’attesa del risveglio, come se presagisse la chiamata del mattino di Pasqua.

Non è sereno il suo riposo, perché intorno alla croce sembra addensarsi tutto il dolore del mondo, in un’oscura nube di tempesta.

Non sono angeli, ma uomini e donne gli spettatori dello strazio. I loro corpi volteggiano nell’aria. Agitano le mani, se le portano al viso, piangono, i loro sguardi vibrano di dolore e disperazione. “Signore, noi ti preghiamo, metti fine a questa sofferenza”.

I soldati marciano fieri, mostrando armi e bandiere, la guerra è crudele e inarrestabile. Le fiamme divorano e rovesciano le case di un villaggio, la gente impaurita è in fuga: “Salvaci, Signore, speranza nostra”.

“Aiutaci, Signore” gridano gli uomini assembrati su una barca di legno, sul punto di naufragare, i volti emaciati, le mani tese verso il cielo.

Brucia, tra fiamme altissime, una sinagoga, mentre alcuni uomini cercano di salvare ciò che è custodito all’interno: le Tavole della Legge e la stella di David, segno di appartenenza al credo ebraico. Una madre fugge stringendo il figlio neonato al petto, in un abbraccio disperato. Lo protegge col suo corpo, e il suo gesto è allo stesso tempo tenero e disperato.

Ci sono riferimenti storici ben precisi nella composizione, c’è un’esplicita simbologia ebraica, a partire dalla Menorah, il candelabro a sette braccia posto ai piedi della croce. Ci sono chiari riferimenti ai pogrom avvenuti in terra russa. Ma è facile leggere in quest’opera elementi universali e profondamente attuali: profughi, barconi, eserciti, villaggi distrutti, templi avvolti dalle fiamme. Chagall crea un ponte tra culture, tradizioni, religioni, epoche storiche diverse, e il suo messaggio è allo stesso tempo monito e augurio.

Questo è il quadro preferito di Papa Francesco. Commentandolo ha detto che non si tratta di un’opera crudele, ma ricca di speranza, che mostra un dolore pieno di serenità. Chagall mostra fino a che punto può arrivare l’odio (il monito) ma cerca anche di dare senso alla sofferenza, e – usando il linguaggio di una fede che non gli appartiene – dice (l’augurio) che la luce non si spegne, e il male non avrà mai l’ultima parola.

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